LEGAMBIENTE CI RACCONTA LA SUA!

Carissimi amici e amiche di Barnabiti APS, proseguiamo oggi il nostro percorso in preparazione alla COP31 con l’intervista, realizzata lo scorso anno in occasione di COP30, a Mauro Albrizio, direttore dell’Ufficio Europeo di Legambiente a Bruxelles.

Buongiorno e grazie per essere qua con noi. Inizio con il chiederle di raccontarci qualcosa di lei: chi è, cosa fa e perché ha deciso di dedicarsi a questo tema?  

Buongiorno e grazie dell’invito. Mi chimo Mauro Albrizio e dirigo a Bruxelles l’Ufficio Europeo di Legambiente, la più diffusa associazione ambientalista nazionale. In particolare, io sono tra i fondatori di Legambiente, creato insieme ad un gruppo di studenti impegnati verso la fine anni 70’ inizio anni 80’. Decidemmo di andare oltre la scelta di impegnarsi su questioni energetiche e, grazie alle nostre conoscenze in materie scientifiche (io, ad esempio, sono un agronomo) decidemmo di fondare un’associazione ambientalista che portasse anche in Italia l’esperienza dell’ambientalismo scientifico. L’ambientalismo scientifico all’epoca era principalmente diffuso negli dagli Stati Uniti d’America ed era stato lanciato con il primo Heart Day alla fine del 1970, dando poi inizio allo sviluppo delle prime politiche ambientali negli Stati Uniti, tra cui la creazione della prima Agenzia per la Protezione dell’Ambiente nel 1972. Si tratta, fin dalle origini, di un movimento fortemente basato sull’impronta scientifica: la madre ispiratrice del movimento è Rachel Carson, biologa e zoologa statunitense, con la sua primavera silenziosa.

Da qui è quindi nato il nostro impegno per la fondazione di Legambiente, che è poi diventata la più diffusa associazione ambientalista italiana e leader anche nei network europei. È un’associazione molto collegata alla dimensione nazionale, ma nel corso del tempo è cresciuta anche l’importanza delle politiche ambientali a livello Europeo, e pertanto nel 2000 Legambiente decise di aprire un ufficio a Bruxelles. Io da ormai 25 anni vivo qua e coordino le politiche europee di Legambiente, sebbene sin da prima io abbia sempre curato le politiche internazionali di Legambiente, seguendo i negoziati internazionali sul clima e sullo sviluppo sostenibile. Ad esempio, ho preso parte al primo Hearth Summit a Rio nel 1992 da cui nasce la Convenzione Quadro sul Clima e ho partecipato a tutte le COP, tranne ad una per motivi personali, e mantengo quindi la memoria storica degli eventi.  

Cosa vuol dire fare “lobbying” e in particolare cosa vuol dire fare lobbying per questioni ambientali legate al cambiamento climatico?

Innanzitutto, specifico che non si tratta di fare “lobbying” ma “advocacy”, e sono due cose diverse. Advocacy però significa promuovere le politiche ambientali, climatiche ed energetiche a livello Europeo dando seguito ad impegni e mobilitazione dei cittadini. Si potrebbe sintetizzare dicendo che l’advocacy è una lobby di interessi collettivi dei cittadini, non di interessi di parte. Significa innanzi tutto coordinazione nei network a cui partecipiamo, tra cui il Climate Action Network e lo European Environmental Bureau; significa poi coordinazione con atre associazioni nazionali ed europee per definire una posizione comune, e costruire rapporti, supportati da mobilitazioni nazionali ed europee, con i decisori politici, in particolare con Commissione Europea e Parlamento Europeo e, a livello nazionale, coi governi che fanno parte del Consiglio dell’UE. A livello Europeo, infatti, il processo decisionale in vede la Commissione come istituzione proponente e Parlamento Europeo e Consiglio dell’UE come Colegislatori. La nostra azione di advocacy, quindi, avviene in questi canali qua.

Quali dovrebbero essere, secondo lei, le principali sfide ambientali che l’UE dovrebbe affrontare nei prossimi anni e quale ruolo può giocare l’UE nella lotta al cambiamento climatico nel contesto internazionale?

L’UE si è data una Strategia: il Green Deal Europeo, che punta a raggiungere la 0 emissioni nette entro il 2040 attraverso politiche ambientali, energetiche, industriali ed economiche che vanno verso la sostenibilità. Esiste quindi un set di politiche che vanno lette ed integrate nel processo di decarbonizzazione, protezione di biodiversità (fondamentale per contenere il processo di surriscaldamento del pianeta) in particolare tramite protezione di risorse naturali per l’assorbimento di emissioni carboniche, e tramite la riduzione di emissioni per migliorare qualità di vita nelle città, ridurre emissioni nei trasporti. La questione delle emissioni dei trasporti è centrale: in tutta Europa assistiamo a una generale tendenza nella riduzione di emissioni, ma i trasporti sono in controtendenza, e rappresentano circa il 20% delle emissioni complessive. L’obbiettivo è quindi accelerare la decarbonizzazione dei traporti attraverso l’elettrificazione.

Ci sono poi tutta una serie di normative settoriali: agricoltura, edilizia, trasporti, industria manifatturiera, politiche ambientali riguardanti acqua, suolo e aria. È quindi un lavoro enorme, è un corpus legislativo di più di 1500 norme, ma è l’unica strada percorribile per rendere questo pianeta abitabile e l’Europa deve essere leader in questo per le sue responsabilità storiche e le sue capacità economiche.

Come percepisce l’attenzione delle istituzioni e del pubblico rispetto al cambiamento climatico?

Penso che ci sia un forte disaccoppiamento: i decisori politici, da una parte, stanno facendo passi indietro. Nei prossimi mesi ad esempio, discuteremo, in nome della competitività per le imprese, una serie di pacchetti di semplificazione di deregolamentazione di norme ambientali, sociali e di responsabilità delle imprese, che è un approccio miope. Al tempo stesso è evidente da tutti i sondaggi ufficiali dell’Unione che l’opinione pubblica, ed in particolare le giovani generazioni, ha come priorità la questione climatica ed ambientale. Questo disaccoppiamento dipende anche dalla forza di interessi che cercano di resistere. Ed è qui che viene proprio il nostro ruolo di advocacy per colmare il gap.

Cosa si attende dalla prossima COP30?

È un momento storico, per diversi motivi. In primo luogo, perché si tiene a 10 anni dall’accordo di Parigi, che per la prima volta impegna tutti i paesi del Pianeta a contenere il surriscaldamento del Pianeta entro la soglia critica del grado e mezzo. E’ un momento storico anche perché ci abbiamo messo 9 anni fino a Baku per adottare il regolamento attuativo dell’Accordo, per cui i negoziati fino ad ora sono stati per addetti ai lavori, difficile da comunicare.

A Belem ci sarà la svolta storica sui negoziati, perché il focus sarà su azione climatica globale per fronteggiare l’emergenza climatica, con un piano di azione per colmare il gap tra gli impegni assunti e quelli necessari per contenere il riscaldamento del Pianeta, per produrre un piano di sostegno finanziario, traducendo in un piano di azione concreto la Road Map Baku To Belem, per garantire almeno 1300 miliardi all’anno entro il 2035 ai paesi più poveri. Non basta che UE e Cina ed economie avanzate si muovano da sole, ma è necessaria un’azione collettiva, anche dei Paesi in via di sviluppo. Allo stesso tempo, i paesi più poveri sono anche quelli che hanno meno responsabilità e che devono far fronte ai maggiori disastri climatici.

Per questo, il terzo pilastro dell’Accordo di Belem deve essere l’attuazione di impegno assunto a Dubai due anni fa, cioè l’abbandono di combustibili fossili, con obbiettivo di triplicare rinnovabili entro il 2030. Il punto è la velocità di transizione per mantenere vivo obbiettivo di 1.5 gradi di surriscaldamento.

La transizione però deve anche essere giusta e quindi il quarto pilastro deve essere la creazione di un meccanismo internazionale che renda operativo uno strumento economico finanziario per accompagnare la transizione giusta.

Abbiamo fin qui parlato di quello che dovremmo fare a livello internazionale e di ciò che dovrebbe fare l’UE. Guardando però a una dimensione più ridotta, secondo lei, quali azioni concrete possono essere intraprese dai singoli cittadini per contribuire alla lotta al cambiamento climatico?

I cittadini possono contribuire in molti modi: il più importante è impegnarsi e mobilitarsi. Nel 2019 senza le forti mobilitazioni dei Fridays or Future delle organizzazioni tradizionali come Legambiente, l’UE non si sarebbe dotata del Green Deal.

Significa, nel proprio territorio impegnarsi per costituire comunità energetica, per accelerare il processo di elettrificazione, la riconversione energetica del proprio di condomino e appartamento. In Italia, si è lanciata esperienza positiva delle comunità energetiche grazie alla prima comunità nata a Napoli e promossa da Legambiente insieme alla fondazione Famiglia di Maria. Da qua si è esteso il fenomeno, portando alla crescita di nuove esperienze e alla mobilitazione per chiedere ai decisori politici di attivarsi. I cittadini, quindi, fanno la differenza. Grazie Mauro (Albrizio) per il tempo che ci hai dedicato e le riflessioni interessanti.

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