Care amiche e amici di e BarnabitiAPS, la prossima Conferenza delle Parti COP31, che si terrà in Turchia ad Antalya dal 9 al 20 novembre 2026, è sempre più vicina, e l’interesse e l’attenzione che la nostra Associazione e il nostro Blog mantengono per le questioni ambientali e climatiche continua.
Da diversi anni, infatti, molti dei nostri progetti divulgativi e di volontariato propongono come filone centrale il tema dell’ecologia e della protezione ambientale, il ruolo della biodiversità e l’importanza delle foreste, riflessioni sulla dimensione umana e antropocentrica della crisi climatica e considerazioni sulle posizioni della Chiesa in merito al valore della Natura e del Creato.
In preparazione a questo nuovo importante evento multilaterale che è la COP31, abbiamo deciso di continuare il nostro percorso divulgativo con una serie di articoli sul tema.
Abbiamo pensato di cominciare questo ciclo di articoli riprendendo e ripubblicando, in versione integrale, le quattro interviste che avevamo realizzato in preparazione alla COP30 di Belem, in Brasile, e che ci ha visti diretti partecipanti tra le ONG presenti al Padiglione Italia. Riprendere e riproporre le analisi e le interviste dello scorso anno ci permetterà quindi di conoscere meglio la funzione e il funzionamento della COP e il ruolo dei diversi attori che ne prendono parte, per poter poi confrontare l’agenda e le tematiche di dibattito previste per la prossima COP31 rispetto alla Conferenza passata. A ciò però seguiranno anche interventi attuali per capire quali aspettative attendere da COP31.
Potete sempre trovare brevi spezzoni e video delle nostre interviste sulla nostra pagina instagram “barnabitiaps_blog”!
Ecco oggi l’intervista ad Alberto Giuffrè, giornalista di Sky Tg24 ed esperto di cambiamenti climatici.
Buongiorno e grazie per essere qua con noi. Inizio subito con chiederle una sua breve autopresentazione, magari anche spiegandoci perché ha deciso di iniziare a trattare di cambiamento climatico.
Buongiorno, e grazie per l’ospitalità. Mi chiamo Alberto Giuffre, sono un giornalista per Sky Tg24. Mi occupo della Rassegna Stampa di “Pagine” e con un programma settimanale che si chiama “Progress” tratto anche di innovazione, in senso ampio. In questo campo rientra spesso anche il tema di cambiamenti climatici, che seguo anche come inviato dalle COP e con vari speciali.
Il tema dei cambiamenti climatici è un tema di cui ho iniziato a occuparmi quasi per caso, quando mi è stato passato il testimone da un collega che si occupava del tema precedentemente. Ho quindi studiato sui libri e mi sono interessato al tema, ed ora sono pronto a partire per l’ennesima conferenza.
Come si racconta il cambiamento climatico nei media, e come cambia la narrazione sul tema tra giornale e televisione e altri mezzi di comunicazione?
Raccontare il cambiamento climatico è la sfida dele sfide: è un tema complesso, ma viviamo in tempi in cui sembra esserci un rifiuto della complessità e alcuni temi non sono facili da semplificare e sintetizzare. È quindi fondamentale accettare la complessità e va fatto uno sforzo in questa direzione per comprendere un tema le cui conseguenze ricadono nelle vite di tutti noi.
Per fare questo è fondamentale riuscire a mantenere il rigore scientifico: non son uno scienziato, ma quello che faccio è applicare il metodo giornalistico e le conoscenze basilari che ho maturato o nel settore, rivolgendomi poi a esperti che diventano fonti che interpello ogni volta che esce un report scientifico o accade un fenomeno estremo.
È fondamentale selezionare bene gli esperti e le fonti: c’è infatti ancora chi sostiene che i cambiamenti climatici non siano dovuti ad attività umane, che sappiamo essere un argomento completamente al di fuori del dibattito scientifico che ha ormai già stabilito che dietro al cambiamento climatico ci sono attività umane. È quindi importante scegliere bravi esperti di materia, ed essere in grado, con metodo e principi giornalistici, di tradurre ciò che si racconta nelle scienze in linguaggio comprensibile a tutti.
Quali sono quindi le complessità nello scrivere e raccontare di clima e cambiamento climatico che ci diceva essere un tema estremamente complesso per la sua natura così scientifica, il che lo rende difficilmente raccontabile ad un pubblico di non esperti?
È molto complesso anche per il tono da usare la narrazione: sul tono si gioca gran parte del discorso comunicativo. Da una parte c’è il rischio di rendere tutto con toni catastrofistici; la reazione che si rischia di avere però è che allora non serve fare niente né seguire il tema né contribuire a contrastare questo fenomeno. Dall’altra parte non bisogna indorare la pillola, ma raccontare senza nascondere le verità di ciò che accade. È quindi fondamentale trovare un equilibrio e puntare sulle soluzioni che esistono e che si possono applicare.
Rispetto alla differenza nell’uso dei mezzi di comunicazione: il giornale dà più spazio per approfondire un tema e dilungarsi e arricchire di dettagli il racconto, cosa che non si può fare in tv o video con pochi spazi in cui diventa fondamentale essere efficaci e sintetici in spazi brevi. Quando devo parlare dell’accordo di Parigi, ad esempio, se non si dice cos’è e di cosa si parla diventa piuttosto complesso, perché non tutti sanno di cosa si parla; allo stesso tempo però, già solo queste spiegazioni portano via buona parte del tempo che si ha a disposizione in TV. Però insistendo con le spiegazioni e ripetendo tante volte di cosa si tratta, alla fine il messaggio passa.
Un altro esempio pratico riguarda le immagini e il mezzo televisivo, a dimostrazione di come sia cambiato nel tempo il linguaggio e il discorso giornalistico: fino a qualche anno fa, il cambiamento climatico era associato a immagine dell’orso polare o immagini che arrivavano da lontano. Ci si è, però resi conto col tempo che questo tipo di linguaggio non è efficace per raccontare il cambiamento climatico, per cui ora vediamo sempre più immagini di eventi estremi perché aiutano a capire come il cambiamento climatico sia una cosa che tocca tutti noi nella vita di tutti i giorni, e non è qualcosa di lontano.
Prima ha parlato brevemente di come il pubblico recepisce la narrazione del cambiamento climatico. Secondo lei quindi quale è la percezione effettiva che ha il pubblico rispetto al tema?
È difficile rispondere: molti studi mostrano che le nuove generazioni sono più interessate al fenomeno; allo stesso tempo vediamo però un allontanamento dell’interesse da parte dell’opinione pubblica, in parte dovuto a quanto accade a livello geopolitico, in parte dovuto ad una volontà politica, dettata anche dal nuovo corso degli Stati Uniti, di allontanare dall’agenda questi temi.
Questo cambiamento nell’agenda politica è un problema, perché se anche cerchiamo di ignorare il tema, le conseguenze pratiche del cambiamento climatico sono un dato di fatto; pertanto, anche se si cerca di smantellare gli organismi scientifici che negli anni hanno costruito un lavoro di analisi e ricerca sul clima, poi il clima si impone comunque sull’agenda, che lo si voglia o meno. Nell’attenzione del pubblico, quindi, c’è una difficoltà dovuta a linea politica nuova e cambiamento nell’agenda, al fatto che il tema è complesso e alla difficoltà nel ricondurre a qualcosa di concreto.
Cosa si attende dalla COP30 e in generale come si aspetta che venga recepita?
Sarà una COP più difficile delle altre, per tutti i motivi di cui abbiamo parlato prima. La speranza, quindi, parlando con esperti e osservatori, è che Belem sia l’occasione di guardare avanti per capire come affrontare la lotta ai cambiamenti climatici nei prossimi anni alla luce di situazione politica che vede gli Stati Uniti attualmente fuori dalla partita, se non nel settore privato, e che lascia spazio di leadership a paesi come la Cina, che sta facendo molto su transizione a energie pulite, e anche all’Unione Europea. Si ridisegneranno gli schemi e le posizioni per quanto riguarda il futuro.
Lei in quanto giornalista ha degli strumenti particolari per poter trattare del tema, ma nel piccolo, concretamente, cosa possiamo fare come singoli individui?
Credo che ognuno possa fare la sua parte interessandosi all’argomento e approfondendo il più possibile. Questo porta a fare scelte che possono essere scelte politiche, ma anche scelte come consumatori, scegliendo di essere più responsabili. Questo non vuol dire fare una di vita di sacrifici o rivoluzionare il modo di vivere, come spesso sostiene chi vuole contrastare il cambio di rotta nella lotta al cambiamento climatico. Bastano piccoli gesti e cambiare piccole abitudini, ad esempio, basterebbe ridurre di poco il consumo di carne.
È importante però non dimenticare che, se è vero che tutti hanno una responsabilità in ciò che accade, il grosso sta nelle grandi aziende che emettono CO2 e che hanno tutto l’interesse nell’addossare il senso di colpa sul singolo individuo. Un esempio è il concetto di impronta carbonica, cioè quanto il singolo individuo consuma con le sue attività. Questa idea è stata inventata da azienda petrolifera, serviva a far passare idea che debba essere il singolo ad avere li senso di colpa di crisi climatica per continuare il business as usual.
Grazie Alberto Giuffrè per il tempo dedicatoci e per le interessanti riflessioni.
Giulia Centauro – Bologna


