I social non sono soltanto il luogo in cui le proteste vengono raccontate: possono diventare il megafono che le convoca, il palco in cui si cerca riconoscimento e il tribunale che sentenzia approvazione o condanna. Le immagini più forti circolano rapidamente, mentre le ragioni di fondo, quali precarietà, costo della vita, sfiducia, senso di non essere ascoltati, richiedono più tempo e parole. Così si rischia di vedere soltanto la vetrina rotta o il dito medio, e di perdere di vista sia la domanda che ha portato le persone in strada sia la responsabilità per ciò che accade.
C’è qualcosa di profondamente contemporaneo nella vicenda di Padre Giannicola Maria Simone, diventato virale dopo aver risposto con un dito medio a pesanti insulti e gesti di alcuni giovani davanti alla chiesa di Sant’Alessandro, a Milano. Ciò che colpisce è il cortocircuito tra un gesto, il suo significato e la velocità con cui un frammento di realtà si trasforma in un fatto pubblico, giudicato, condiviso e commentato da migliaia di persone.
Giannicola ha spiegato di non essersi pentito, sostenendo di aver semplicemente reagito a una provocazione. E qui la questione più interessante non è stabilire chi abbia vinto lo scontro, ma domandarsi che cosa accade quando il conflitto diventa spettacolo e quando, in una società sempre più abituata a comunicare per immagini, un gesto finisce per parlare più delle ragioni che lo hanno preceduto. L’episodio si inserisce in un clima sociale attraversato da tensioni, proteste e mobilitazioni che, seppur con motivazioni leggermente differenti, interessano diversi Paesi europei, dalla Francia, all’Albania e all’Italia. Sarebbe riduttivo mettere sullo stesso piano le rivolte, le manifestazioni politiche e le provocazioni di strada.
Esiste, tuttavia, un filo che merita attenzione: il rapporto sempre più fragile tra individuo e istituzioni, tra autorità e riconoscimento. La viralità, in questo senso, non coincide necessariamente con la verità e nemmeno con la comprensione. Un contenuto può diventare popolare proprio perché offre una scena netta, due schieramenti e un gesto facilmente riconoscibile. Chi guarda è invitato a scegliere da che parte stare, non a interrogarsi sulle responsabilità di tutti i protagonisti. La discussione si trasforma così in una competizione tra tifoserie: c’è chi difende il sacerdote perché provocato, chi condanna il suo gesto perché incompatibile con il ruolo che ricopre, chi attacca i giovani e chi utilizza l’episodio per alimentare un giudizio generale sulla società.
Lo stesso vale per i ragazzi. Chiedere loro rispetto non significa pretendere obbedienza cieca, né ignorare le ragioni del disagio, della rabbia o della loro sfiducia. Questo compito non può essere affidato soltanto alla scuola, alle famiglie o alla Chiesa: richiede adulti che passino più tempo coi più giovani, comunità capaci di ascoltare e spazi nei quali i ragazzi e le ragazze possano sentirsi riconosciuti senza dover attirare l’attenzione attraverso gesti estremi, senza dover per forza diventare virali.
Forse, allora, la domanda da porsi non è se Padre Giannicola avrebbe dovuto reagire diversamente, né se i ragazzi di oggi siano peggiori di quelli di ieri. La vera domanda, quella che smuove la questione principale, è: quale società stiamo costruendo quando la provocazione ottiene più attenzione del dialogo, la reazione più consenso della riflessione e l’umiliazione più visibilità della comprensione?
Fabio Cambielli – Bilbao

