Il Festival della fotografia etica a Lodi è cominciato sabato 26 settembre nella splendida sede del Salone del Collegio san Francesco dei padri Barnabiti, e noi ci siamo.
Il lavoro di tanti anni, prima in Albania, poi in Messico, infine in Brasile è stato suggellato dall’invito del Festival a esporre la mostra fotografica Uma história quase imóvel, una storia quasi immobile, nella zona off (quella dedicata alle associazioni di volontariato).
La fotografia non è semplicemente un, se così si può dire, succedaneo della pittura, ma una arte vera e propria che mette in gioco direttamente le persone e il tempo. Il fotografo, il soggetto da fotografare e il tempo diventano un unicum che non si ferma al semplice scatto, ma continua nella memoria a dare vita al divenire del tempo. Questa consapevolezza l’abbiamo scoperta e coltivata proprio lavorando con le macchine fotografiche che dall’Italia abbiamo portato a Benevides (stato del Parà, Brasile) per operare con i bambini e gli adolescenti del posto.
Se dapprima insegnare a usare una macchina fotografica sembrava un gioco, con l’aumentare della dimestichezza dello strumento ci si è poi accorti, noi e i ragazzi, della sua potenzialità educativa e culturale. Quello che sembrava un gioco è diventato poi cultura, occasione di dialogo e riflessione sulle radici e le preoccupazioni della propria storia, della foresta, mata nel linguaggio locale, in cui ci si trovava a vivere. In questo modo tanto noi italiani quanto loro brasiliani ci siamo scoperti capaci di avere tutti qualche cosa da dare, da ricevere, da ricordare. Proprio questa consapevolezza di poter camminare insieme ci ha permesso di essere invitati dal Padiglione Italia della COP30 a raccontare questa história quase imóvel.
Dietro la storia delle persone fotografate lungo il rio do Guamà, ai principi della foresta, e all’interno di una scuola, rappresentate dalla mostra esposta c’è stata e c’è anche una storia di incontri, giochi, parole, sguardi e un po’ di preghiera con tre piccole comunità cristiane al confine dell’Amazzonia.
Dieci giorni in tre comunità cristiane fatte specialmente di donne, ragazzi, ragazze, bambini e bambine con le proprie storie personali e di gruppo e tanta voglia di raccontare. Forse tutti un po’ timidi all’inizio, come quando si è davanti a una macchina fotografica, eppoi un fiume in piena appena si sono aperte le porte dei cuori. Un po’ di riso per pranzo con fagioli e carne a volontà oltre l’immancabile Açai, tipica bevanda del Parà; un pallone rattoppato e le immancabili macchine fotografiche, con le quali molti ragazzetti hanno immortalato questi 10 giorni brasiliani, sono stati i validi interpreti della differenza linguistica che rischiava di bloccare tutto. Ci aspettavano, li aspettavamo e la magia è cominciata.
Organizzare questo terzo anno di attività a Benevides ci è costato molto in termini di tempo per pensare gli obiettivi e l’organizzazione, nella programmazione di attività per raccogliere fondi e coinvolgere più persone a sostenerci. Eppure ci siamo riusciti.
La magia non solo è cominciata, ma si è avverata e questi dieci giorni sono scappati con la velocità di un serpente che scivola via per non farsi prendere dopo avere morsicato la sua vittima. La velocità di uno scatto fotografico capace però di cogliere l’essenziale e il suo contesto. Un morso, uno scatto di allegria, di vitalità, di fare, per crescere un po’ di più come uomini e donne.
Questo è stato il campo estivo 2026 radici vive che ha coinvolto i nostri volontari anche quest’anno.
Questa è la storia quasi immobile che stiamo presentando al Festival della Fotografia Etica 2026 con un po’ di orgoglio e tanta voglia di continuare.
I volontari di BarnabitiAPS


