C’è un fare il bene, ma anche un fare bene il bene! Pensare è fare bene il bene. Quando scrivevo queste cose non tanto tempo fa mi riferivo proprio alla fatica di ragionare sul da farsi, per evitare il solo fare.
Come sapete la nostra associazione BarnabitiAPS si sta occupando da alcuni anni di ragionare nella prospettiva di una ecologia integrale e, specificamente, sul valore della foresta a causa delle attività di volontariato che stiamo svolgendo. In questi ambiti la letteratura è ormai immensa per cui evitare ripetitività o banalità non è per nulla facile.
Ciò però non deve limitare il nostro bisogno di approfondire e cercare di ragionare per evitare un fare senza poesia senza anima.
La parola poesia (dal greco poiesis – fare) non è fuori luogo, specialmente se pensiamo che la poesia è capace di raccontare in poche lettere unite una all’altra il nostro rapporto con il Mondo, con la Natura, con il Creato, con la Terra.
Sia che noi più o meno consapevolmente consumiamo e inquiniamo, sia che noi contempliamo la Natura in cui viviamo, il fare della poesia non possiamo lasciarlo da parte, evitarlo.
C’è un passaggio della canzone Lo chiederemo agli alberi che canta: «Ed accorgersi in un momento / Di essere parte dell’immenso / Di un disegno molto più grande / Della realtà/ Lo chiederemo agli alberi…». Non è proprio una poesia, ma sicuramente ci aiuta a capire che il valore della natura non si ferma a questa terra e quando se ne parla non si pensa a un semplice animismo e nemmeno si vuole tornare alla vecchia teologia della natura che vedeva Dio presente nella natura perché Dio.
Per un credente capire in quale modo Dio ci parla attraverso la natura è fondamentale perché la riflessione ecologica non diventi una ideologia, ma la continuazione di quell’alleanza che Jahweh fece con Noé e tutto il Creato animale e non. Quella alleanza ci dice che prima di tutto c’è la natura, l’uomo è arrivato dopo, ma quel dopo non deve permettergli di assoggettare la natura senza rispetto. L’uomo non è semplicemente un’evoluzione del Creato, e Darwin ne era ben consapevole nonostante i neo darwinismi successivi, ma una parte necessaria del Creato da custodire, un cooperatore della natura. (cfr. J. Moltmann, Etica della speranza, 160s).
Cooperare con la natura significa riconoscerne il valore intrinseco e innegabile, un valore che gli viene proprio da Dio non solo come definizione esterna, bensì partecipazione interna al Creato. Infatti il salmo 103 (un’altra poesia) recita: «Del tuo spirito è piena la terra… Se togli loro [alla natura ndr] il tuo spirito, muoiono». C’è una inabitazione propria di Dio nel Creato, quasi una pre-rivelazione che apre a un vero e proprio incontro con la Natura. Albert Schweizter affermò nel 1919: «Attraverso l’etica del rispetto della vita arriviamo a stabilire un rapporto spirituale con l’universo». Questa «etica del rispetto» di tutti gli esseri viventi mira a superare l’egocentrismo moderno, consapevole però che solo l’uomo conserva l’idea fondamentale dell’antropocentrismo moderno: solo l’uomo conosce il rispetto della vita (cfr. Moltman, ib, 176), seppure lo applica a singhiozzo.
Partendo da questa “identità” del Creato si può comprendere perché siamo chiamati a sviluppare un moderno pensiero ecologico e capiamo anche quello che ragionerà ai giorni nostri il filosofo Paolo Cerere: «Città e foresta sono i termini di un moto pendolare, mosso da nostalgia e desiderio… la foresta amazzonica è un luogo decisivo per le sorti politiche ed ecologiche della Terra, ma assume un peso più profondo quando se ne vive l’esperienza sensoriale. La sinfonia sinestetica che investe chi entri in quel territorio lascia senza parole, perché le nostre parole, affinate per descrivere il paesaggio urbano e orientarsi tra i suoi segni, non attecchiscono nell’intreccio vivente della foresta, dove la vista non aiuta a raccapezzarsi, e ci si perde facilmente. Il visitatore non conosce il linguaggio dei miliardi di esseri viventi che lo circondano, e di solito non li si sa neanche individuare» (P. Cerere, L’ancestrale richiamo della foresta, Avvenire, 12 gennaio 2025, 19).
Questa sollecitazione a sviluppare una “comunicazione” con la foresta conferma e sostiene il progetto che stiamo operando in Benevides, al confine con la foresta amazzonica, in questi anni. Conferma, perché ci dice che si può riflettere con la natura e che è bene educare a riflettere per rivedere il vivere delle persone locali con cui ci confronteremo per evitare il pericolo di un neocolonialismo ecologico. Sostiene, perché ci offre delle piste da percorrere per costruire una relazione sana tra noi italiani, tra le persone del luogo, e quel patrimonio mondiale che è la foresta amazzonica.
Quindi quella idea di conoscere la foresta attraverso il linguaggio della fotografia, come abbiamo inziato lo scorso anno e di cercarne le radici vive comuni alla natura e alle persone non è soltanto una idea peregrina, ma la possibilità di un salto di qualità. Il Creato, la Natura, la Foresta non è solo un dovuto, ma prima di tutto è un “è”, un esserci per un incontrare l’uomo. San Paolo afferma con forza che vi sono gemiti inesprimibili dello Spirito anche nel cosmo e nella natura che richiedono una interpretazione. Sono gemiti di dolore a causa dello sfruttamento dell’uomo, ma anche gemiti di speranza che nulla è perduto quando si cerca un dialogo, un confronto reciproco. Un rispetto come si citava più sopra.
Non sarà una fotografia a salvare la foresta o a mettere il cuore in pace di alcuni di noi, ma il sapere che quello che si fa, lo si fa con quel senso e quella fatica necessarie per trovare delle risposte, ognuno secondo i propri ambiti.
Giannicola Maria Simone, b.
BarnabitiAPS


