Per tutti i fratelli

All’indomani della festa del nostro santo Padre Antonio il Grande,
celebriamo la memoria dei nostri padri e arcivescovi Atanasio e Cirillo,
pregando loro così dicendo:

Avete brillato per le opere della retta fede,
avete respinto ogni fede errata,
e siete così risultati vincitori carichi di trofei.
Avete arricchito l’universo con la pietà,
avete largamente adornato la Chiesa
e avete perciò giustamente trovato il Cristo Dio
pronto a donare a tutti,
per le vostre preghiere,
la grande misericordia.

Non dimentichiamo mai i nostri fratelli orientali che al modo di questi santi padri, combattono per respingere la fede errata e mantenere quella nel nostro unico Dio.

Il nostro pregare per tutti i fratelli cristiani orientali, sia cattolici che ortodossi, uniti non solo dalla medesima fede, anche dalla medesima persecuzione, sarà doppiamente gradito al Signore perché è anche preghiera ecumenica, in questa speciale settimana che la Chiesa dedica alla preghiera per il ristabilimento dell’unità!

Dunque preghiamo che non debba essere solo il mal comune a farci accorgere che siamo figli dello stesso Dio!

Bande à part

Molti anni fa, quando le major cinematografiche non avevano ancora pieno controllo verticale sulle sale in Francia, quando la voce francofona del quasi trentasettenne Gainsbourg riempiva attraverso la radio le case europee con Coleur café, usciva contemporaneamente al cinéma il settimo lungometraggio di Jean-Luc Godard, Bande à part.

Era il 1964 e il cinema francese stava vivendo una rivoluzione che ancora oggi paralizza i registi di tutto il mondo: da quel momento la Nouvelle vague avrebbe cambiato il cinema. Ne avrebbe cambiato le forme, i costumi, i modi.

Un triangolo amoroso degno di Truffaut riempie le scene del film, andando a scandagliare quei tratti che rendono i protagonisti personaggi godardiani a tutto tondo, animali selvaggi ancora incorrotti, impacciati quando delinquono e quando cercano di nascondere i loro veri sentimenti. Annoiati come bimbi alle lezioni d’inglese, corridori provetti a bruciapelo tra le sale del Louvre, ballerini affermati nei bar sulle note di un rythm & blues, in una delle sequenze forse più epiche del cinema francese; Odile, Franz e Arthur sfrecciano per le strade della periferia est parigina a bordo della loro SIMCA lasciando che la luna si mangi stancamente il sole, in cielo, e che un’altra noiosa giornata finisca.

Come dessert, una rapina organizzata nella casa dove vive la ragazza con la vanesia quanto misteriosa tutrice. Il tutto seguiti dalla silenziosa Arriflex 2 C, pilotata magistralmente da Raoul Coutard, che li pedina senza essere mai invadente, li accarezza quasi, riuscendo a restituirci i loro palpiti minimi. Perfino il respiro. Fino all’ultimo.

Ispirato all’estetica popolare dei b-movies americani degli anni ’50, Bande à part è un dramma risolto in cadenze di commedia burlesca, un perfetto heist movie dove il crimine e l’amore la fanno da padrone, idoli indiscussi di una storia cinematografica, in quell’anno ormai quasi centenaria.

Bande à part è una infinita, eterna preparazione all’inevitabile epilogo: ma anche un esorcismo, un giocare a scacchi con il Fato e la Morte. Se il percorso è stabilito a priori in fase di sceneggiatura, lo stile cerca di sovvertirlo e di mandare in stallo la storia stessa.

La pellicola incanta per questo strano gioco, per questa sfida che Godard pone a sé stesso, per il duello tutto interno al film tra il bisogno di una storia chiusa e prestabilita e la sua aspirazione a uno stile e a una regia totalmente aperta.

Arthur, Franz e Odile parlano e si parlano addosso incessantemente, più di Lei e Lui in Hiroshima mon amour e, forse, è per questo che a metà film sentono il bisogno di sperimentare un minuto di silenzio, che la cinepresa registra in tempo reale, esulando i suoni e accludendo lo sguardo incredulo dello spettatore. Ma subito dopo la parola riprende il suo potere e contende più di prima, come nelle migliori pellicole di Rohmer, il primato all’immagine.

È un film leggero, girato sulle punte. Danzante come la fotografia di Bresson e tagliente come quella di Capa, Bande à part riesce a sovvertire le regole del gioco cinematografico classico, presentando un soggetto innovativo (benché non originale), forte di una fotografia morbida ma greve, disegnando dei personaggi goffi e immaturi, amati e accarezzati dal regista ma impossibili da salvare.

La sapienza è Dio che si dona

Fino a ora abbiamo considerato come la sapienza sia capace di coinvolgere profondamente l’uomo, a partire dal suo centro, il cuore, ed estendendosi a tutta la sua esperienza vitale. Ma una qualità di tale importanza per la vita umana, è data a tutti o appartiene solo a chi è capace di svilupparla?
A differenza della sapienza intesa come conoscenza e abilità di sottile ragionamento, accessibile solo a chi è particolarmente dotato e ha la possibilità di sottoporsi a un lungo periodo di formazione, la sapienza biblica è un dono di Dio e quindi accessibile a tutti, come testimoniano tanti passi biblici, tra i quali i libri della Sapienza 6,12, e dei Proverbi 1,20-21 e 8,2-3, dove “donna sapienza” grida a tutti nelle piazze e non parla nel segreto solo per pochi eletti.
Come ogni dono divino, va però accettato nella libertà, cosa possibile solo se si coltiva una relazione con Dio nella preghiera. Così ci insegna un testo molto suggestivo, sempre dal libro della Sapienza (9,17), che contiene una bellissima preghiera in cui Salomone chiede il dono della sapienza, unica mediatrice tra Dio e l’uomo, capace di portare alla conoscenza della volontà di Dio.
La sapienza è dunque la via privilegiata con la quale Dio si apre all’uomo. Essa non è solo dono di Dio ma è Dio stesso che si dona. Non stupisce quindi che il nuovo testamento rilegga la sapienza come il Signore Gesù che viene nel mondo e si dona agli uomini.
Pensando infine al nostro san Paolo e, specificamente, a 1Corinzi 2,6, la Sapienza che porta alla perfezione e che “non è di questo mondo” è “Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro, Giudei o Greci, che sono chiamati, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio” (1Cor 1,23b-24).

Stefano Maria

Lacrime e gemiti per una terra fertile

Chiediamo a Dio che voglia salvarci e renderci più coerenti
come cristiani e come uomini, per intercessione del nostro
santo padre Teodosio e dei nostri fratelli siriani e iracheni
morti per non aver voluto rinunciare alla fede.

Che le loro lacrime e gemiti dal profondo delle loro anime e
dignità, vogliano rendere fertile l’arido deserto di fede che
avanza in questi giorni e facciano fruttare il centuplo le fatiche
di quanti resistono per continuare a vivere da uomini liberi e
da cristiani convinti e innamorati di Cristo.

Santo padre Teodosio ascoltaci e intercedi presso Cristo Dio,
tu che
con lo scorrere delle tue lacrime, hai reso fertile la sterilità del deserto;
e con gemiti dal profondo, hai fatto fruttare al centuplo le tue fatiche,
e sei divenuto un astro che risplende su tutta la terra per i prodigi,
o santo padre nostro Teodosio.

Intercedi presso il Cristo Dio per la salvezza delle anime nostre.
E noi preghiamo incessantemente
Perché la giustizia e la pace si incontrino
e la verità e la misericordia si abbraccino.

Gesù bambino o Gesù uomo?

Ci piace di più un Dio Gesù bambino o un Dio Gesù uomo?
Abbiamo di più l’idea di un Dio che resta bambino o di un Dio che diventa uomo?
A ben pensarci spesso preferiamo un Dio Gesù bambino, che tra poco riporremo nelle soffitte o nelle cantine delle nostre case, bambino che non disturba se non con un poco di tenerezza, perché i problemi della vita sono parecchi e non è Gesù non serve per risolverli.

Eppure la fede cristiana non si fonda su un Dio Gesù bambino, ma su un Dio Gesù uomo!

Il vero Natale del Signore non è quello del bambino, ma quello dell’Epifania, della manifestazione di Dio Gesù al mondo, di Dio Gesù ai benpensanti e ai peccatori, la festa di oggi, di Dio Gesù alla vita di tutti i giorni, le nozze di Cana. Il vero Natale di Gesù che la festa del battesimo di Gesù ci vuole rivelare è il Natale che chiede di accadere nella nostra vita quotidiana ogni giorno, in ogni momento del nostro esistere quotidiano.
Il battesimo che Gesù riceve al Giordano non è un optional, ma è una vera e propria scelta di Dio per noi! Nel momento in cui Dio ha scelto di incarnarsi, ha scelto non solo di nascere e poi starsene da qualche parte, ma di incarnarsi per vivere da uomo, per redimere l’uomo. Questa redenzione, che troverà il suo culmine sulla Croce, però vuole illuminare e sostenere ogni istante della nostra esistenza.
Gesù, chiamato il galileo, viene al Giordano per essere immerso anche lui nelle acque di quel fiume, il fiume che discende. Siamo così posti di fronte a un evento decisivo nella vita sia di Gesù sia del Battista: Gesù, che è un discepolo di Giovanni, che si era messo alla sequela del profeta (“dietro a me”, come precisa Giovanni), ora chiede al Battista di essere come uno di quei peccatori che in fila attendevano l’immersione, chiede di essere immerso in modo che i peccati siano inabissati nell’acqua e dall’acqua possa risorgere quale nuova creatura. Gesù è un uomo libero e maturo, ha coscienza della sua missione, non vuole privilegi, ma vuole compiere, realizzare ciò che Dio gli chiede come cosa giusta: essere solidale con i peccatori che hanno bisogno dell’immersione, essere un uomo credente come tutti gli altri.
Questo non significa evidenziare solo la dimensione negativa dell’uomo, il suo essere peccatore, quanto fargli presente che nella vita di tutti i giorni, segnata dal peccato, quindi dal limite e dalla fatica di tutte le nostre attività, Dio Gesù uomo è con noi.

La festa del battesimo di Gesù ci dice con chiarezza che Dio è con noi ogni momento, non a intermittenza, di tanto in tanto; non solo per ricordarci i nostri peccati; Dio Gesù uomo è con noi sempre! Dio Gesù uomo si immerge nel fiume della nostra vita, con tutti i suoi limiti e pregiudizi, perché noi si possa immergersi nel fiume della sua vita, con tutte le sue opportunità e libertà.

Ma c’è un ultimo aspetto che non possiamo tralasciare.
Giovanni osserva che Gesù esce dalle acque del Giordano “vede squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba”. E anche il Padre fa sentire la sua voce che proclama: “Tu sei mio Figlio, l’amato, in te ho posto la mia gioia” (Sal 2,7; Gen 22,2; Is 42,1), tutto il mio amore. Questa dovrebbe essere la vera domenica epifania della Trinità di Dio, che si manifesta operando: c’è l’unto, il Cristo; c’è chi lo unge, il Padre; e c’è l’unzione dello Spirito santo.
Ecco, questo è il dono che ci è donato in questa festa, al termine di questo tempo di Natale, un Dio Padre, Uomo, Spirito santo che si offre a noi per condividere con noi la vita di ogni giorno e aprirci il regno dei Cieli.

Riflettiamo perciò sul nostro Battesimo, che abbiamo ricevuto in conformità a quello di Gesù. Ogni giorno, quando ci alziamo e diciamo: “Ti adoro, mio Dio … Ti ringrazio di avermi fatto cristiano”, pensando al nostro battesimo dovremmo gioire e dovremmo sentire “la voce di un silenzio trattenuto” (1Re 19,12) che nel cuore ci canta: “Tu sei mio figlio, ti amo, voglio gioire in te!”. Se sentiamo questa voce, la giornata sarà diversa, illuminata da un amore promesso e donato, e anche il sole sarà più luminoso.

Chimes of freedom; freedom is here

Tutti noi abbiamo quotidianamente a che fare con parole che ci piacerebbe non sentire o notizie che fanno passare parte della voglia di vivere. Ecco perché siamo sempre più spesso spinti il più delle volte a munirci di un paio di cuffie in treno o a girare la rotellina del volume in macchina, per allontanarci un po’ dal mondo, ascoltare musica in questi momenti sembra proprio il rimedio migliore.

Ma è buona la musica che ascoltiamo? Trasmette valori positivi o non è altro che parole messe assieme giusto per coprire spazi di una melodia? Figuriamoci poi se è in inglese; quasi mai capiamo al volo e non sempre abbiamo tempo per cercare il testo su Google. Ciò significa normalmente ascoltiamo la musicalità di un brano e, se si tratta di un pezzo orecchiabile, magari quello ci rimane in testa per tutta la giornata: altrimenti passiamo alla successiva traccia. Ma questo, probabilmente, è il bello della musica: non c’è sempre bisogno di capire quello che significa per dire se ci piace o no, perché quando unisce persone di diversi paesi che parlano diverse lingue e regala emozioni a tutti compie già buona parte della sua missione. Così facendo però, il significato, almeno mezza canzone, il testo, resta sconosciuto ai più.

Questo articolo, assieme ad altri che seguiranno, nasce con l’obiettivo di illustrare proprio i testi delle canzoni. Probabilmente non le canzoni del momento, ma quelle che sono passate in qualche modo alla storia. Per cui quello che faremo sarà affiancare ad un brano che appartiene a un genere non del tutto popolare in Italia. La Christian music, ovvero un genere che esiste da tempo e che non va confuso con i canti della domenica a messa. La Christian music, infatti, propone canzoni arrangiate in studi di primo livello di tutto il mondo, accompagnati da strumenti di ogni tipo e che spaziano dal pop al rock alle ballate fino all’hip-pop. Ovviamente, hanno come temi portanti il Vangelo o i valori del Vangelo e, con sorpresa per noi in Italia, genera pure un mercato discografico di una certa rilevanza.

In questo e nei prossimi articoli il confronto avviene tra una canzone laica e una Christian che hanno lo stesso tema di fondo. Oggi partiamo con un argomento a tutti molto caro, la libertà, “freedom” in inglese.

Come primo artista “laico” di questo progetto abbiamo scelto Bob Dylan, così andiamo sul sicuro e la sua canzone “Chimes of freedom” ( Campane di libertà): si tratta della quarta delle undici tracce del suo album “Another side of Bob Dylan”. È il lontano 1964, due anni dopo il suo debutto ufficiale. Si tratta quindi di un disco che possiamo ricollegare alla sua esperienza giovanile, il quarto in tre anni, ma che mostra già un artista maturo, rispetto ai suoi 23 anni di vita. Sono gli inizi di una carriera che è incoronata da MTV come la quinta più rilevante della storia della musica, dietro solo a fenomeni musicali come The Beatles, Michael Jackson, The Rolling Stones e Led Zeppeling.

Dopo questa premessa, è evidente che la prima canzone scelta non ha aspetti apparentemente carenti. “Chimes of freedom” non è sicuramente uno dei più noti successi del “Menestrello” (alias Robert Allen Zimmerman, alias Bob Dylan), ma è stata definita a più riprese come una canzone contro la guerra. “Campane di libertà” è stata ricantata più volte come cover, anche dal Boss, Bruce Springsteen, un altro che non ha mai scritto canzoni facili o disimpegnate. “Chimes of freedom” porta chiaramente un messaggio di speranza, in tempi cupi e di conflitto: siamo all’epoca della guerra in Vietnam, ma possiamo dire che si tratta di una canzone contraria alla guerra in generale, che vede Bob parlare in prima persona come se quella guerra lui stesso l’avesse combattuta davvero. In 7 minuti, lui non è da solo: soffre le pene della guerra assieme ad altri, tant’è che la maggior parte dei verbi sono retti dal pronome noi. Alla fine infatti “[noi] vedemmo al di sopra le lampeggianti campane di libertà”. Non sarà tra le canzoni più famose ma di certo ha qualcosa da insegnare anche a noi, che crediamo di essere lontani dalla guerra. È un messaggio di speranza per “i malati le cui ferite non possono essere lenite”, ma anche per “ogni uomo imprigionato nell’intero universo”. La guerra non è solo dietro la collina, come avrebbe cantato quattordici anni dopo De Gregori in “Generale”, ma è con noi ogni giorno e nella nostra esperienza quotidiana. Non è facile ma per Bob, tutti possono vedere queste “Chimes of freedom”.

Analizzata la canzone “laica”, introduciamo ora la christian song, “Freedom is here” di Reuben Morgan. L’artista è un cosiddetto “worship pastor”, ossia un pastore che con la propria musica contribuisce alla diffusione del Vangelo attraverso incontri di lode a Dio cui partecipano migliaia di persone. È un pastore della chiesa anglicana, ma come un artista “normale” lavora spostandosi per il mondo, tra uno studio di registrazione e l’altro, e tra una tournee e l’altra, tanto da fare di lui uno tra i più acclamati “pastori musicali”. Sarebbe azzardato paragonarlo a Bob Dylan, ma Reuben non ci si allontana tanto se lo si inserisce nel contesto della Christian Music. La sua prima produzione personale risale al 1996; da allora ha partecipato, individualmente o insieme ad altri, in ben 27 dischi.

“La libertà è qui” è del 2009, fa parte dell’album ”Across the earth – Tear down the walls”, registrato in Australia e realizzato insieme ad altri interpreti della Christian Music, che assieme formano la Hillsong United. Il successo del disco fu tale da raggiungere la prima posizione nelle vendite in iTunes Australia e in iTunes Inghilterra. Ciò significa che la canzone, tra le principali tracce del disco, è riuscita a farsi ricordare, nonostante i possibili pregiudizi che potrebbero svilupparsi attorno a tale stile musicale. Oltre al testo, che riguarda la libertà che viene offerta da Dio al cristiano, è interessante ascoltare questa canzone. Per chi non sapesse una parola di inglese infatti, questa potrebbe sembrare tranquillamente una delle canzoni che ripetutamente suonano in radio. E chi lo avrebbe mai detto? Un pastore può fare anche questo. Non siete convinti? Provare per credere. Su Youtube ci sono video che si avvicinano alle ottantamila visualizzazioni che mostrano concerti con migliaia di spettatori presi dalla disperazione quando vedono il loro pastore entrare in scena e cantare questa emozionante e appassionata canzone.

Buon ascolto a tutti!

ElDima

Pace oltre ogni umana intelligenza

Gesù autore della vita,
venuto a sciogliere la condanna di Adamo, il primo creato:
Lui che non ha bisogno di purificazione,
come Dio, nel Giordano si purifica per l’uomo caduto
e uccidendo l’inimicizia,
dona la pace che oltrepassa ogni intelligenza.

Chiedendo a Gesù quella pace
che l’umana intelligenza non riesce a realizzare
per dar sollievo ai fratelli che soffrono
in Medio Oriente
a causa delle persecuzioni per il nome che portano,
Nazirei, cioè seguaci di Colui che è nato a Nazareth.

In particolar modo oggi preghiamo per tutti
i bambini che soffrono
a causa di questa invisibile III guerra mondiale.

Non svendete l’Epifania

Cari amici vi scrivo nella vigilia dell’Epifania,

il giorno in cui il messia si manifesta al mondo intero: ma questo mondo sarà interessato a tale manifestazione? Certo il mondo di Erode, cioè di coloro che hanno paura di cedere il passo a Gesù, di confrontarsi con la sua debolezza, con il suo modo di amare, ma anche il nostro mondo della “globalizzazione dell’indifferenza” (papa Francesco), questi mondi non sono interessati, anzi cercano di eliminare questo bambino prodigioso che attira intorno a sé non solo i pastori, ma l’universo intero, la Stella e anche dei Re venuti da lontano.

Paolo VI diceva a Betlemme:

«Ma se il mondo si sente estraneo al cristianesimo, il cristianesimo non si sente estraneo al mondo. Sappia il mondo di essere stimato e amato da chi rappresenta e promuove la religione cristiana e l’amore che la nostra fede mette nel cuore della Chiesa, la quale non fa’ che servire da tramite dell’amore meraviglioso di Dio. Questo vuol dire che la missione del cristianesimo è una missione di amicizia in mezzo all’umanità, una missione di comprensione, di incoraggiamento, di elevazione, di salvezza.

Noi sappiamo che l’uomo di oggi ha la fierezza di voler fare da sé e fa delle cose nuove e stupende, ma queste cose non lo fanno più buono, non lo fanno felice, non risolvono i problemi umani nel fondo.

Noi sappiamo che l’uomo soffre di dubbi atroci. Noi abbiamo una parola da dire. È quella di un uomo all’uomo. Il Cristo che noi portiamo all’umanità è il Figlio dell’uomo. Lui è il fratello, il collega, l’amico per eccellenza. È colui di cui solo si può dire che ‘conosce che cosa c’è nell’uomo’. È il mandato da Dio, ma non per condannare il mondo, ma per salvarlo». (6 gennaio 1964)

Non ci sarebbero molte altre parole da aggiungere se non: non svendete l’Epifania, ma vivetela con fede e gioia: fate si che la luce del Battesimo ricevuto, questa è la nostra Stella, non trovi in noi un muro opaco, ma un cristallo che possa risplendere i suoi raggi a tutti coloro che incontriamo per le strade della vita.

Papa Francesco al parlamento europeo (potremmo definirlo i Magi di oggi) diceva che di fronte alla variegata composizione dell’Europa e del Mondo, siamo chiamati a essere dei poliedri, cioè un insieme di persone diverse tra loro ma unite dalla luce della stessa Stella e perciò capaci di illuminare più persone nelle loro diversità.

Certo poi starà agli altri accogliere o meno la luce della Stella, ma dovremo anche noi decidere se tornare da Erode oppure cambiare strada!

Ieri invitavo i fedeli della parrocchia a mettere nelle calze dei propri bambini della Fiducia: Dio ha fiducia in noi e il mondo comunque ha fiducia in noi, non svendiamo l’Epifania, ma viviamola con fede e gioia e avremo dato un po’ di fiducia al mondo, così come i Magi l’hanno data a noi.

Non più schiavi, ma fratelli

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

PER LA CELEBRAZIONE DELLA

XLVIII GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2015

NON PIÚ SCHIAVI, MA FRATELLI

Cari amici ci sembra doveroso offrirvene una sintesi per cominciare bene il nuovo anno.

All’inizio di un nuovo anno prego in modo particolare perché, rispondendo alla nostra comune vocazione di collaborare con Dio e con tutti gli uomini di buona volontà per la promozione della concordia e della pace nel mondo, sappiamo resistere alla tentazione di comportarci in modo non degno della nostra umanità.

Purtroppo, la sempre diffusa piaga dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo ferisce gravemente la vita di comunione e la vocazione a tessere relazioni interpersonali improntate a rispetto, giustizia e carità. Tale abominevole fenomeno, che conduce a calpestare i diritti fondamentali dell’altro e ad annientarne la libertà e dignità, assume molteplici forme sulle quali desidero brevemente riflettere, affinché, alla luce della Parola di Dio, possiamo considerare tutti gli uomini “non più schiavi, ma fratelli”. …

Caino e Abele sono fratelli, perché provengono dallo stesso grembo, e perciò hanno la stessa origine, natura e dignità dei loro genitori creati ad immagine e somiglianza di Dio, pur mantenendo la propria diversità. … Purtroppo, tra la prima creazione narrata nel Libro della Genesi e la nuova nascita in Cristo, che rende i credenti fratelli e sorelle del «primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29), vi è la realtà negativa del peccato, che più volte interrompe la fraternità creaturale e continuamente deforma la bellezza e la nobiltà dell’essere fratelli e sorelle della stessa famiglia umana. … La loro vicenda (cfr Gen 4,1-16) evidenzia il difficile compito a cui tutti gli uomini sono chiamati, di vivere uniti, prendendosi cura l’uno dell’altro». … Le conseguenze? … Rifiuto dell’altro, maltrattamento delle persone, violazione della dignità e dei diritti fondamentali, istituzionalizzazione di diseguaglianze. Di qui, la necessità di una conversione continua all’Alleanza, compiuta dall’oblazione di Cristo sulla croce

Attenzione però: Non si diventa però cristiani, figli del Padre e fratelli in Cristo, per una disposizione divina autoritativa, senza l’esercizio della libertà personale, cioè senza convertirsi liberamente a Cristo. L’essere figlio di Dio segue l’imperativo della conversione …

Oggi, a seguito di un’evoluzione positiva della coscienza dell’umanità, la schiavitù, reato di lesa umanità, è stata formalmente abolita nel mondo. Il diritto di ogni persona a non essere tenuta in stato di schiavitù o servitù è stato riconosciuto nel diritto internazionale come norma inderogabile… Eppure, malgrado la comunità internazionale abbia adottato numerosi accordi al fine di porre un termine alla schiavitù in tutte le sue forme e avviato diverse strategie per combattere questo fenomeno, ancora oggi milioni di persone – bambini, uomini e donne di ogni età – vengono private della libertà e costrette a vivere in condizioni assimilabili a quelle della schiavitù.

[E qui il papa elenca a una serie di schiavitù odierne cui pensa, tra tutte citiamo: al lavoro schiavo e alla prostituzione anche di minori].

C’è una causa ontologica della schiavitù: quando l’uomo non riconosce più l’altro come suo fratello, ma come oggetto.

Ci sono cause materiali: specialmente il non potere accedere all’educazione.

Spesso, osservando il fenomeno della tratta delle persone, del traffico illegale dei migranti e di altri volti conosciuti e sconosciuti della schiavitù, si ha l’impressione che esso abbia luogo nell’indifferenza generale. Se questo è, purtroppo, in gran parte vero, vorrei ricordare l’enorme lavoro silenzioso che molte congregazioni religiose, specialmente femminili. Questo immenso lavoro, che richiede coraggio, pazienza e perseveranza, merita apprezzamento da parte di tutta la Chiesa e della società.

Ma esso da solo non può naturalmente bastare per porre un termine alla piaga dello sfruttamento della persona umana. Occorre anche un triplice impegno a livello istituzionale di prevenzione, di protezione delle vittime e di azione giudiziaria nei confronti dei responsabili.

Gli stati, le organizzazioni governative, le imprese… Alla responsabilità sociale dell’impresa però si accompagna poi la responsabilità sociale del consumatore. Infatti, ciascuna persona dovrebbe avere la consapevolezza che «acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico»…

La Chiesa ha il compito di mostrare a tutti il cammino verso la conversione, che induca a cambiare lo sguardo verso il prossimo, a riconoscere nell’altro, chiunque sia, un fratello e una sorella in umanità, a riconoscerne la dignità intrinseca nella verità e nella libertà, come ci illustra la storia di Giuseppina Bakhita, che da schiava divenne la santa della libertà.

In questa prospettiva, desidero invitare ciascuno, nel proprio ruolo e nelle proprie responsabilità particolari, a operare gesti di fraternità nei confronti di coloro che sono tenuti in stato di asservimento. Chiediamoci come noi, in quanto comunità o in quanto singoli, ci sentiamo interpellati quando, nella quotidianità, incontriamo o abbiamo a che fare con persone che potrebbero essere vittime del traffico di esseri umani, o quando dobbiamo scegliere se acquistare prodotti che potrebbero ragionevolmente essere stati realizzati attraverso lo sfruttamento di altre persone.

Alcuni di noi, per indifferenza, o perché distratti dalle preoccupazioni quotidiane, o per ragioni economiche, chiudono un occhio. Altri, invece, scelgono di fare qualcosa di positivo, di impegnarsi nelle associazioni della società civile o di compiere piccoli gesti quotidiani – questi gesti hanno tanto valore! – come rivolgere una parola, un saluto, un “buongiorno” o un sorriso, che non ci costano niente ma che possono dare speranza, aprire strade, cambiare la vita ad una persona che vive nell’invisibilità, e anche cambiare la nostra vita nel confronto con questa realtà. … Sappiamo che Dio chiederà a ciascuno di noi: “Che cosa hai fatto del tuo fratello?” (cfr Gen 4,9-10).

La globalizzazione dell’indifferenza, che oggi pesa sulle vite di tante sorelle e di tanti fratelli, chiede a tutti noi di farci artefici di una globalizzazione della solidarietà e della fraternità, che possa ridare loro la speranza e far loro riprendere con coraggio il cammino attraverso i problemi del nostro tempo e le prospettive nuove che esso porta con sé e che Dio pone nelle nostre mani.

Dal Vaticano, 8 dicembre 2014

FRANCISCUS

Papa Francesco ai cristiani perseguitati

Cari fratelli e sorelle,

«Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2 Cor 1,3-4).

Mi sono venute alla mente queste parole dell’apostolo Paolo quando ho pensato di scrivere a voi, fratelli cristiani del Medio Oriente. Lo faccio nell’imminenza del Santo Natale, sapendo che per molti di voi alle note dei canti natalizi si mescoleranno le lacrime e i sospiri. E tuttavia la nascita del Figlio di Dio nella nostra carne umana è ineffabile mistero di consolazione: «È apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini» (Tt 2,11).

L’afflizione e la tribolazione non sono mancate purtroppo nel passato anche prossimo del Medio Oriente. Esse si sono aggravate negli ultimi mesi a causa dei conflitti che tormentano la Regione, ma soprattutto per l’operato di una più recente e preoccupante organizzazione terrorista, di dimensioni prima inimmaginabili, che commette ogni sorta di abusi e pratiche indegne dell’uomo, colpendo in modo particolare alcuni di voi che sono stati cacciati via in maniera brutale dalle proprie terre, dove i cristiani sono presenti fin dall’epoca apostolica.

Nel rivolgermi a voi, non posso dimenticare anche altri gruppi religiosi ed etnici che pure subiscono la persecuzione e le conseguenze di tali conflitti. Seguo quotidianamente le notizie dell’enorme sofferenza di molte persone nel Medio Oriente. Penso specialmente ai bambini, alle mamme, agli anziani, agli sfollati e ai rifugiati, a quanti patiscono la fame, a chi deve affrontare la durezza dell’inverno senza un tetto sotto il quale proteggersi. Questa sofferenza grida verso Dio e fa appello all’impegno di tutti noi, nella preghiera e in ogni tipo di iniziativa. A tutti voglio esprimere la vicinanza e la solidarietà mia e della Chiesa, e offrire una parola di consolazione e di speranza.

Cari fratelli e sorelle, che con coraggio rendete testimonianza a Gesù nella vostra terra benedetta dal Signore, la nostra consolazione e la nostra speranza è Cristo stesso. Vi incoraggio perciò a rimanere attaccati a Lui, come tralci alla vite, certi che né la tribolazione, né l’angoscia, né la persecuzione possono separarvi da Lui (cfr Rm 8,35). Possa la prova che state attraversando fortificare la fede e la fedeltà di tutti voi!

Prego perché possiate vivere la comunione fraterna sull’esempio della prima comunità di Gerusalemme. L’unità voluta dal nostro Signore è più che mai necessaria in questi momenti difficili; è un dono di Dio che interpella la nostra libertà e attende la nostra risposta. La Parola di Dio, i Sacramenti, la preghiera, la fraternità alimentino e rinnovino continuamente le vostre comunità.

La situazione in cui vivete è un forte appello alla santità della vita, come hanno attestato santi e martiri di ogni appartenenza ecclesiale. Ricordo con affetto e venerazione i Pastori e i fedeli ai quali negli ultimi tempi è stato chiesto il sacrificio della vita, spesso per il solo fatto di essere cristiani. Penso anche alle persone sequestrate, tra cui alcuni Vescovi ortodossi e sacerdoti dei diversi Riti. Possano presto tornare sane e salve nelle loro case e comunità! Chiedo a Dio che tanta sofferenza unita alla croce del Signore dia frutti di bene per la Chiesa e per i popoli del Medio Oriente.

In mezzo alle inimicizie e ai conflitti, la comunione vissuta tra di voi in fraternità e semplicità è segno del Regno di Dio. Sono contento dei buoni rapporti e della collaborazione tra i Patriarchi delle Chiese Orientali cattoliche e quelli ortodossi; come pure tra i fedeli delle diverse Chiese. Le sofferenze patite dai cristiani portano un contributo inestimabile alla causa dell’unità. È l’ecumenismo del sangue, che richiede fiducioso abbandono all’azione dello Spirito Santo.

Che possiate sempre dare testimonianza di Gesù attraverso le difficoltà! La vostra stessa presenza è preziosa per il Medio Oriente. Siete un piccolo gregge, ma con una grande responsabilità nella terra dove è nato e si è diffuso il cristianesimo. Siete come il lievito nella massa. Prima ancora di tante opere della Chiesa nell’ambito scolastico, sanitario o assistenziale, da tutti apprezzate, la ricchezza maggiore per la Regione sono i cristiani, siete voi. Grazie della vostra perseveranza!

Il vostro sforzo di collaborare con persone di altre religioni, con gli ebrei e con i musulmani, è un altro segno del Regno di Dio. Il dialogo interreligioso è tanto più necessario quanto più difficile è la situazione. Non c’è un’altra strada. Il dialogo basato su un atteggiamento di apertura, nella verità e nell’amore, è anche il migliore antidoto alla tentazione del fondamentalismo religioso, che è una minaccia per i credenti di tutte le religioni. Il dialogo è al tempo stesso un servizio alla giustizia e una condizione necessaria per la pace tanto desiderata.

La maggior parte di voi vive in un ambiente a maggioranza musulmana. Potete aiutare i vostri concittadini musulmani a presentare con discernimento una più autentica immagine dell’Islam, come vogliono tanti di loro, i quali ripetono che l’Islam è una religione di pace e può accordarsi con il rispetto dei diritti umani e favorire la convivenza di tutti. Sarà un bene per loro e per l’intera società. La situazione drammatica che vivono i nostri fratelli cristiani in Iraq, ma anche gli yazidi e gli appartenenti ad altre comunità religiose ed etniche, esige una presa di posizione chiara e coraggiosa da parte di tutti i responsabili religiosi, per condannare in modo unanime e senza alcuna ambiguità tali crimini e denunciare la pratica di invocare la religione per giustificarli.

Carissimi, quasi tutti voi siete cittadini nativi dei vostri Paesi e avete perciò il dovere e il diritto di partecipare pienamente alla vita e alla crescita della vostra nazione. Nella Regione siete chiamati a essere artefici di pace, di riconciliazione e di sviluppo, a promuovere il dialogo, a costruire ponti, secondo lo spirito delle Beatitudini (cfr Mt 5,3-12), a proclamare il vangelo della pace, aperti alla collaborazione con tutte le autorità nazionali e internazionali.

Desidero esprimere in modo particolare la mia stima e la mia gratitudine a voi, carissimi fratelli Patriarchi, Vescovi, Sacerdoti, Religiosi e sorelle Religiose, che accompagnate con sollecitudine il cammino delle vostre comunità. Quant’è preziosa la presenza e l’attività di chi si è consacrato totalmente al Signore e lo serve nei fratelli, soprattutto i più bisognosi, testimoniando la sua grandezza e il suo amore infinito! Com’è importante la presenza dei Pastori accanto al loro gregge, soprattutto nei momenti di difficoltà!

A voi, giovani, mando un abbraccio paterno. Prego per la vostra fede, per la vostra crescita umana e cristiana, e perché i vostri progetti migliori possano realizzarsi. E vi ripeto: «Non abbiate paura o vergogna di essere cristiani. La relazione con Gesù vi renderà disponibili a collaborare senza riserve con i vostri concittadini, qualunque sia la loro appartenenza religiosa» (Benedetto XVI, Esort. ap. Ecclesia in Medio Oriente, 63).

A voi, anziani, faccio giungere i miei sentimenti di stima. Voi siete la memoria dei vostri popoli; auspico che questa memoria sia seme di crescita per le nuove generazioni.

Vorrei incoraggiare quanti tra voi operano negli ambiti molto importanti della carità e dell’educazione. Ammiro il lavoro che state facendo, specialmente attraverso le Caritas e con l’aiuto delle organizzazioni caritative cattoliche di diversi Paesi, aiutando tutti senza preferenze. Attraverso la testimonianza della carità, voi offrite il più valido supporto alla vita sociale e contribuite anche alla pace di cui la Regione è affamata come del pane. Ma anche nell’ambito dell’educazione è in gioco il futuro della società. Quanto è importante l’educazione alla cultura dell’incontro, al rispetto della dignità della persona e del valore assoluto di ogni essere umano!

Carissimi, pur se pochi numericamente, siete protagonisti della vita della Chiesa e dei Paesi in cui vivete. Tutta la Chiesa vi è vicina e vi sostiene, con grande affetto e stima per le vostre comunità e la vostra missione. Continueremo ad aiutarvi con la preghiera e con gli altri mezzi a disposizione.

Nello stesso tempo continuo a esortare la Comunità internazionale a venire incontro ai vostri bisogni e a quelli delle altre minoranze che soffrono; in primo luogo, promuovendo la pace mediante il negoziato e il lavoro diplomatico, cercando di arginare e fermare quanto prima la violenza che ha causato già troppi danni. Ribadisco la più ferma deprecazione dei traffici di armi. Abbiamo piuttosto bisogno di progetti e iniziative di pace, per promuovere una soluzione globale ai problemi della Regione. Per quanto tempo dovrà soffrire ancora il Medio Oriente per la mancanza di pace? Non possiamo rassegnarci ai conflitti come se non fosse possibile un cambiamento! Sulla scia del mio pellegrinaggio in Terra Santa e del successivo incontro di preghiera in Vaticano con i Presidenti israeliano e palestinese, vi invito a continuare a pregare per la pace in Medio Oriente. Chi è stato costretto a lasciare le proprie terre, possa farvi ritorno e vivere in dignità e sicurezza. L’assistenza umanitaria possa incrementarsi, ponendo sempre al centro il bene della persona e di ogni Paese nel rispetto della sua identità propria, senza anteporre altri interessi. Che la Chiesa intera e la Comunità internazionale diventino sempre più consapevoli dell’importanza della vostra presenza nella Regione.

Care sorelle e cari fratelli cristiani del Medio Oriente, avete una grande responsabilità e non siete soli nell’affrontarla. Perciò ho voluto scrivervi per incoraggiarvi e per dirvi quanto sono preziose la vostra presenza e la vostra missione in codesta terra benedetta dal Signore. La vostra testimonianza mi fa tanto bene. Grazie! Ogni giorno prego per voi e per le vostre intenzioni. Vi ringrazio perché so che voi, nelle vostre sofferenze, pregate per me e per il mio servizio alla Chiesa. Spero tanto di avere la grazia di venire di persona a visitarvi e confortarvi. La Vergine Maria, la Tutta Santa Madre di Dio e Madre nostra, vi accompagni e vi protegga sempre con la sua tenerezza. A tutti voi e alle vostre famiglie invio la Benedizione Apostolica e auguro di vivere il Santo Natale nell’amore e nella pace di Cristo Salvatore.

Dal Vaticano, 21 dicembre, IV Domenica di Avvento

Francesco