Speranza oltre la corruzione. P. M. Patriciello per Giovbarnabiti.it

Un fiume di acqua in piena per irrigare la speranza di cui abbiamo bisogno per crescere.
Cari amici di Giovanibarnabiti.it questo è il segno della lunga chiacchierata con padre Maurizio Patriciello, parroco di San Paolo Apostolo, Caivano, alle porte di Napoli: corruzione, legalità, fede, carità e speranza.

Se non sono indiscreto una prima domanda personale: chi è don Maurizio Patriciello?
Don Maurizio, anzi padre Maurizio come preferisco farmi chiamare perché don è il titolo dei camorristi, è un sacerdote della chiesa cattolica, un uomo che da adolescente si era allontanato dalla Chiesa, sbattendo le porte. Poi un giorno per un incontro fortuito con un francescano rinnovato, a cui ho dato un passaggio in auto, è nato un ritorno alla chiesa cattolica e un desiderio di conoscere di più la parola di Dio. Ho cominciato a studiare teologia da laico, quindi ho lasciato il mio lavoro perché mi è sembrato naturale entrare in seminario. Il desiderio di servire Dio con tutto me stesso; il ritorno alla Chiesa, la riscoperta della fede, è stato un tutt’uno.
Diventato prete sono arrivato qui a Caivano, alle porte di Napoli, in questo quartiere costruito per dare spazio ai terremotati del 1980.

Parlando con i giovani, tanti di quelli che io frequento ormai da anni, riscontro molto scoraggiamento, specialmente qui a Napoli, anche in chi non ha grossi problemi economici.
Questo è un quartiere molto povero e i problemi qui ci sono! Oggi è il primo maggio: come può festeggiarlo questa gente? Quanto farebbe bene del lavoro qui, in questo quartiere in cui passa -la droga per tutto il Sud Italia!
Però so che i giovani di oggi, anche senza problemi economici, vivono un disagio. Il mondo di oggi è cambiato: in pochi anni è successo quanto prima avrebbe richiesto 500 anni; un cambiamento repentino a cui non siamo preparati. I giovani di oggi nascono come se tutto fosse normale, ma non è normale niente! Come se tutto fosse presente!
La comunicazione è cambiata, così la famiglia che non ha più spazio per l’educazione.
Sapranno i nostri giovani gestire questa quantità di informazione, immagini, pensieri diversi… arrivando sempre a una conclusione ponderata, matura? Non so, non so!

La gestione dell’informazione è sicuramente complessa; poco fa abbiamo accennato alla droga, eppure oggi non si parla più di droga o sbaglio?
Non sbagli. Lo scorso inverno ero a parlare a Caserta, non vedevo la gente causa l’illuminazione. Mi sono presentato: buona sera, sono padre Maurizio, parroco a Caivano, parco Verde. Ci vedo poco, ma ci sento bene e mi sono reso conto di farfugliamenti dell’uditorio. Mi sono fermato qualche minuto quindi ho ribattuto: si, sono parroco al Parco Verde, dove si vende la droga, ma sappiate che quella droga lì si vende, ma sono i vostri figli di Caserta che la comprano! A quel punto il silenzio è stato assoluto.
Il discorso è grave e non se ne parla.

La droga ci porta poi alla questione della legalità, che non è un problema solo di questa terra, ma di tutta Italia.
Per la verità sono stanco di sentire parlare di legalità. La gente ha un’idea sbagliata di legalità. Legalità è un patto tra cittadino e stato, tra diritti e doveri. Si parla troppo di illegalità. Forse al Sud è più visibile, ma tra Expo, Mose, Mafiacapitale….
Raffaele Cantone ha detto che tra un camorrista e un corrotto è preferibile un camorrista perché si vede, mentre il corrotto è nascosto! È vero. Il problema grave di oggi è la corruzione. La camorra non è un sistema a parte, è nella politica, nell’industria: vedi la difficoltà di far passere delle leggi, di risolvere il problema dei rifiuti tossici.
Ai miei giovani, alla mia gente dico che la camorra è un mezzo problema! La camorra ha fatto da spalla alla finanza, non voglio giustificarla (i camorristi non amano nessuno, hanno una puzza che ha rovinato questa terra!) però i grandi affari dei rifiuti hanno riguardato tutti: politici, industriali, camorristi!
Ti sembra giusto che dovessi andare io a Strasburgo, al Quirinale, a Montecitorio per parlare della situazione di questa terra? Della disperazione di questa gente?
Carmine Schiavone, che ho incontrato in carcere, aveva già detto queste cose dal 1997! Quando poi i nostri giovani deputati hanno preteso la desecretazione di queste informazioni si scoprì che Carmine Schiavone aveva ragione. Perché tanto silenzio per tanti anni?

Come possiamo aiutare i giovani a recuperare questo patto con lo Stato, con la legalità?
Ieri è venuta una donna a chiedere come evitare di andare ancora da Loro per far mangiare i propri bambini? Loro sono gli usurai, ma questa donna deve far mangiare i suoi bambini, non gli basta un’offerta del parroco.
Quale il male minore per questa donna? Per chi pur volendo uscire dalla galera non trova lavoro? Che deve fare questa donna? Veder morire un figlio o rubare per dare da mangiare a suo figlio? So che rasento l’eresia, ma cosa deve fare un uomo in queste condizioni? Come fare per comprare un litro di latte? Far morire un figlio o …
Riusciremo a sconfiggere la camorra se non sconfiggeremo questa situazione?
Hai letto che oggi tanti titolari di aziende sono stati arrestati perché mantenevano dipendenti in nero. Ma anche un imprenditore – ne ho parlato con il ministro del Lavoro, dell’Ambiente, con il presidente Napolitano – come può continuare a lavorare con queste leggi?
Questa è la terra dei fuochi, ma cosa brucia? Gli scarti delle industrie del Nord Italia, d’Europa, interrati a metri di profondità così che “non colpiscono” il terreno in superficie, ma la falda acquifera! Poi c’è il problema dell’aria infestata da diossina dei roghi tossici… questa è una terra martoriata ieri e ancora oggi per tante produzioni illegali.
Certo si potrebbe fermare il lavoro nero, ma ci sarebbe una rivoluzione perché come potrebbero continuare a mangiare migliaia di famiglie? Lo Stato dovrebbe essere capace di trovare delle prospettive, delle opportunità diverse e legali per chi dà lavoro e per chi lo riceve!

Ma lo Stato vuole fare la sua parte?
Per anni non ho mai parlato male delle Istituzioni, ho sempre avuto rispetto ma da quando sono prete ho toccato con mano un’altra realtà: lo Stato non c’è! Lo stato non vuole esserci!
Abbiamo giovani fuggiti all’estero, giovani che non escono più di casa per vergogna di non avere un lavoro…
Lo Stato non ha la bacchetta magica, ma la cosa pubblica grida vendetta; siamo di fronte a ladri di speranza pubblici ufficiali! La gente non sa più con chi parlare.

Ma la gente non riesce a convincersi di poter fare qualche cosa, torna a votare quelli di prima?
Il papa ci invita a impegnarci in politica, ma manca una sensibilità verso il bene comune.

Però anche noi Chiesa abbiamo dei torti, per esempio una incapacità di continuare a fare scuola di politica, dalle piccole alle grandi cose? Eppure tante sono le persone che vogliono ancora fare qualche cosa.
Si. Abbiamo tante persone che si danno da fare, di volontari. Il volontario fa bene il suo lavoro e poi gratuitamente, perché ha un cuore grande, fa dell’altro, dell’in più! È una parte bella dell’Italia.
Ciò che non funziona è il dare del lavoro.
Come posso dire alla gente: prega, prega il rosario, in queste disperazioni dove veramente non si mangia!
Noi preti dobbiamo essere di pungolo, più che degli assistenti sociali, pungolare lo Stato a fare il proprio dovere; essere coscienza critica dello Stato.

Papa Francesco esorta i giovani a non lasciarsi rubare la speranza: come aiutare i giovani in ciò?
Il rosario è fondamentale per non perdere la speranza, poi celebreremo la messa per non perdere la speranza, poi ci incontreremo per non perdere la speranza, poi piccoli gesti per non perdere la speranza. Gesti piccoli, boccate di ossigeno che sono fondamentali per non perdere la speranza, poi arriveranno altri grandi gesti.
Noi siamo preti, dobbiamo fare la volontà di Dio; certo certi preti rovinano la Chiesa, ma noi puntiamo alla santità guidati dalla Divina Provvidenza in questo momento critico e difficile. Teniamo la chiesa aperta, sempre, per tutti!

Grazie di cuore. Buon lavoro. La benedizione di Dio resti sul suo capo.

San Paolo e la centralità della croce

Spesso, leggendo Paolo, ci si stupisce del fatto che nei suoi scritti non vi è praticamente alcun accenno alla vita pubblica di Gesù. Una cosa invece risulta chiaramente centrale: la croce. 1Cor 2,2:”non ho voluto sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e questi crocifisso.”

Ma cos’è la croce di Cristo? Che significato ha colto Paolo in essa?

Certo non facciamo fatica ad associarla al dolore e alla morte che Gesù ha patito per amore. La contemplazione di questo amore è il motore che ha spinto Paolo, e poi SAMZ, a lottare contro la tiepidezza: non si può rispondere con tiepidezza ad un amore tanto grande da arrivare fino alla morte di croce!

Ma la croce significa anche altro. È il fallimento del proprio progetto e della propria missione, e l’accettazione fiduciosa della volontà di Dio anche quando questa si manifesta in modo imperscrutabile.

Questo è ciò che Gesù ha dovuto accettare nell’orto degli ulivi, ed è ciò a cui è stato chiamato Paolo sulla via di Damasco e nell’adempimento della sua vocazione.

La centralità della croce dice che la nostra fede è una fede dinamica, non immutabile. Una fede che si costruisce pian piano passando per l’obbedienza alle esigenze della carità e alla fiducia nel progetto di Dio che richiede l’abbandono delle proprie convinzioni (Rm 12,2) e perfino l’accettazione del fallimento della propria missione, nella speranza che attraverso queste esperienze si potrà giungere a qualcosa di più grande.

È la centralità della croce che apre Paolo a un nuovo punto di vista su Dio e sull’uomo, che lo porterà a concepire quel paradigma religioso che emerge nelle sue lettere e che tanto contribuirà alla formazione della base stessa del cristianesimo.

Stefano Maria

Un’economia solidale

Questi anni di crisi hanno evidenziato i limiti del modello economico vigente e reso necessario un intervento radicale all’interno dell’esperienza socio-economica dei nostri tempi. L’idea di economia può essere osservata attraverso la lente di mille sfaccettature diverse, ma quella che forse più la riassume la definirebbe come la scienza dei rapporti tra soggetti che diventano in essa economici, cioè gli individui e le loro attività. Pare purtroppo che il cinismo della società moderna abbia trasformato i soggetti in oggetti, riducendo l’economia a pura contabilità e distruggendo le risorse umane; in una realtà in cui l’interesse personale sovrasta l’interesse della collettività, della società non rimane che il mercato, che pur fatica a funzionare.

Adam Smith diceva: “la società non può sussistere fra coloro che sono sempre disposti a danneggiarsi e a farsi torto l’uno con l’altro”; sfogliare i libri di un passato non più tanto recente forse non è una cattiva idea: sembra che abbiamo dimenticato, o peggio, distorto il pensiero che è alla base della scienza economica. Certo, la teoria del libero mercato va rivista, cosi come anche il ruolo dei governi al suo interno. In una società come quella di oggi in cui politica ed economia si intrecciano in una spirale inscindibile, il governo sembra essere diventato il problema, più che la soluzione alla crisi. In un mondo dominato da materialismo e individualismo non c’è spazio per una comunità di soggetti che interagiscano tra loro in armonia, senza che i potenti tessano a loro piacimento la trama della storia. “Senza volerlo, gli economisti hanno offerto una giustificazione a questa mancanza di responsabilità morale. Una lettura superficiale dei suoi scritti ha instillato l’idea che Adam Smith avesse escluso ogni scrupolo morale da parte di chi operava sui mercati. Dopo tutto, se la ricerca dell’interesse personale conduce, come una mano invisibile, al benessere della società, tutto quello che bisogna fare è assicurarsi di star perseguendo al meglio l’interesse personale. Ed è proprio quello che sembrano aver fatto gli operatori del settore finanziario. Ma ovviamente, la ricerca dell’interesse personale, l’ingordigia, non ha condotto al benessere della società” – per citare l’economista Joseph Stiglitz (v. “Freefall”), premio Nobel per l’economia nel 2001. L’individualismo esasperato ha finito col minare il “lubrificante che fa funzionare la società”: la fiducia.

“Gli storici dell’economia – continua Stiglitz – hanno sottolineato il ruolo della fiducia nello sviluppo del commercio e delle attività bancarie. Se certe comunità si sono sviluppate a livello globale nei settori commerciale e finanziario è proprio perché i suoi membri avevano fiducia gli uni negli altri. La grande lezione di questa crisi è che, nonostante tutti i cambiamenti degli ultimi secoli, il nostro complesso settore finanziario continua a fondarsi sulla fiducia: quando viene meno, il sistema finanziario si blocca”. Per riacquistare la fiducia reciproca bisognerebbe innanzitutto tornare a essere comunità, cominciare a capire che il nostro interesse è anche quello degli altri: chiamasi solidarietà! Potente arma in grado di creare suolo fertile per la condivisione di ideali e valori, in un mondo che attorno ad essi sta solo facendo terra bruciata; come il miraggio di un’oasi nel deserto, nutro la speranza che un’economia solidale possa fiorire in mezzo a una tale distesa di aridità, che da troppo tempo attende una stagione delle piogge.

Pasqua Peragine

Un nuovo paradigma per la prosperità

da Il Sole24Ore del 3 maggio 2015 vi rimando questo articolo di Johan Rockstrom*

Il futuro dell’umanità dipenderà da come riusciremo a mantenere un delicato equilibrio: soddisfare più di dieci miliardi di persone salvaguardando i sistemi da cui dipende la vita sul Pianeta. Mai come adesso la recente ricerca scientifica ci fornisce tutti gli strumenti per raggiungere quell’equilibrio. L’arduo compito spetterà alla nostra generazione.
Per la prima volta nella storia dell’Umanità la fine della povertà è diventato un obiettivo realistico. Siamo in grado di garantire a ogni abitante del Pianeta cibo e acqua, una casa, un’istruzione, l’assistenza sanitaria e l’energia necessarie a condurre una vita dignitosa, che offra delle opportunità. Ma potremo farlo solo se al tempo stesso proteggeremo i sistemi fondamentali del Pianeta: il clima, lo strato di ozono, il suolo, la biodiversità, l’acqua dolce, gli oceani, le foreste e l’aria, sistemi che stanno subendo pressioni senza precedenti. Negli ultimi 10mila anni, il clima della Terra si è mantenuto straordinariamente stabile, le temperature globali non hanno oscillato più di un grado Celsius e i resilienti ecosistemi rispondono ai bisogni dell’uomo. Questo periodo, noto come Olocene, ha portato una stabilità che ha permesso alla civiltà umana di fiorire e prosperare. È l’unico stato del Pianeta in grado di garantire una vita prospera a dieci miliardi di persone.
Ma oggi gli esseri umani sono diventati il principale fattore di cambiamento dell’ecosistema terrestre, segnando l’inizio di una nuova era geologica che alcuni chiamano Antropocene. L’attività umana ha attraversato ora quella che è stata definita come la Grande Accelerazione: una rapida intensificazione del consumo delle risorse e del degrado ecologico. Rischiamo di distruggere i sistemi su cui si regge la Terra e con essi tutta la civiltà moderna. La risposta del Pianeta a quelle pressioni potrebbe essere imprevedibile. Le sorprese sono già cominciate. A furia di risucchiare troppo risorse alla Terra, la Terra ci presenta il conto sotto forma di catastrofi naturali, di un’accelerazione dello scioglimento dei ghiacciai, di un rapido depauperamento della biodiversità. Dobbiamo correre ai ripari e definire una soglia di sicurezza che ci impedisca di far uscire il Pianeta dal benevolo periodo dell’Olocene. Lo ha fatto il Planetary Boundaries Framework, un quadro programmatico sui limiti del Pianeta, pubblicato nel 2009 da un gruppo di 28 scienziati tra cui il sottoscritto. Il rapporto individua i processi fondamentali della Terra che regolano la sua capacità di sostenere condizioni come quelle dell’Olocene. Per ciascuno di quei processi, propone dei limiti oltre i quali rischiamo di indurre dei cambiamenti repentini che potrebbero spingere il Pianeta verso uno stato più ostile per l’Umanità.
Fra questi nove limiti vi sono il cambiamento climatico, l’assottigliamento dello strato di ozono, l’acidificazione degli oceani, l’alterazione dei cicli globali dell’azoto e del fosforo, il cambiamento nell’uso del suolo o dell’acqua dolce globale, l’integrità della biosfera, l’inquinamento dell’acqua e nuove entità. L’ultimo aggiornamento di gennaio confermava in modo preoccupante i nove limiti e ne affinava la quantificazione dimostrando che ne abbiamo già superati quattro: il cambiamento climatico, l’uso eccessivo di azoto e fosforo, la perdita della biodiversità e i cambiamenti nell’uso del suolo. La nostra sfida è riportare i sistemi della Terra entro la soglia di sicurezza, assicurandoci che ogni abitante del Pianeta abbia le risorse necessarie per condurre una vita felice e soddisfacente. Fra questi vincoli planetari e sociali c’è un margine di manovra equo e sicuro per la popolazione della Terra: i limiti che dobbiamo rispettare se vogliamo un mondo ecologicamente resiliente e libero dalla povertà.
Soddisfare questi obiettivi richiederà una distribuzione più equa e un utilizzo più efficiente delle risorse del Pianeta. Se vogliamo che il nostro Pianeta garantisca la prosperità a tutti i suoi abitanti, dobbiamo perseguire un nuovo paradigma di prosperità.

* Insegna Sostenibilità globale e dirige lo Stockholm Resilience Center all’Università di Stoccolma

i 4 gemelli

gemelli 16

gemelli 19

Dal nostro amico e “corrispondente” in stanza in Afghanistan

Questa mattina mi sveglio con il tubare di due tortorelle che stanno allestendo il loro nido vicino alla finestra della mia stanzetta. Che piacevole canto, mi piacerebbe sapere che cosa quelle care tortorelle si dicono.
Cosa si diranno le due tortorelle che mi hanno svegliato questa mattina di sole. Forse hanno capito che è arrivato il giorno tanto atteso. Vi ricordate i 4 gemelli che avete aiutato? Oggi andiamo a trovarli! Non si può descrivere l’euforia che aleggia nell’aria tra noi. Da giorni programmiamo quest’uscita, ma i talebani hanno annunciato l’offensiva di primavera.
Gli obiettivi indicati dal Mullah Omar sono le sedi diplomatiche, le basi militari e i centri di intelligence delle forze internazionali impegnate in Afghanistan, a partire dalle 5 del mattino di oggi, venerdì 24 aprile 2015. I nostri colleghi di Mazar-i-Sharif se la sono vista brutta, trascorrendo così almeno sei ore nei bunker. Almeno due razzi sono stati lanciati contro Camp Marmal, la più grande base della Bundeswehr al di fuori dei confini della Germania. Mazar-i-Sharif è la quarta maggiore città afghana, con una popolazione di circa 300.000 abitanti.
Finalmente il via libera per uscire dalla nostra base; le nostre Mercedes GL blindate sono in movimento.
Siamo fuori, c’immettiamo sulla ring road, quell’anello d’asfalto che corre attraverso il territorio dell’Afghanistan e unisce le maggiori città. È un via vai di torpedoni, autovetture motociclette caricate all’inverosimile. Guardiamo ogni veicolo ogni persona con sospetto. La tensione è altissima. Soltanto ieri a Kabul ci sono stati due attentati suicidi nei confronti di altrettanti veicoli delle forze internazionali e che solo per mero caso non hanno prodotto morti. Dopo tre quarti d’ora, e 25 km a est di Herat, arriviamo al villaggio Abdul Abad: sono già tutti lì ad attenderci Aesha, Roqeya e Farahulldin. Oltrepassiamo una porta di ferro ed ecco la piccola corte e la casa, si e no 20 metri quadri, due camerette in tutto, per una famigliola cresciuta un po’ troppo. Ma sentiamo già la voce di chi, come per incanto, avvertendo la nostra presenza, sa che siamo arrivati per loro. I quattro gemellini sono stati vestiti a festa. Appoggiati sul tappeto della stanza principale. Nessuno di noi riesce a esprimere una sola parola. Lo splendore di questi bimbi ha qualcosa di magico! Seppur questa famiglia viva nella più estrema povertà ha espresso una dignità che ha pochi eguali. Rimaniamo colpiti di quanto amore c’è stato da parte della mamma nella cura dei particolari, i vestitini, le scarpette, le cuffiette.
Consegniamo al papà la scorta di latte e qualche altro piccolo aiuto. Tutta la famiglia si è riunita per accoglierci e ognuno di loro ha una parola di affetto per noi che siamo un po’ meno “stranieri” per loro.
Mentre la mamma ci prepara il tè che ha un gusto unico, approfittiamo per scattare qualche foto. Non lo sanno ancora, ma sarà l’ultima volta che potremmo far loro visita: si percepisce già un po’ di malinconia. Non c’è l’allegria tipica delle famiglie numerose.
Torneremo alle nostre famiglie, ai nostri affetti. Ma questi visi non li dimenticheremo mai. In questo angolo del mondo dove il progresso non è riuscito a portare alcun beneficio, questo spettacolo della natura ha inciso per sempre i nostri cuori!
Ciao Safa, ciao Marwa, ciao Madena e ciao Atiquallah (il maschietto)
“Allah sia sempre con voi e con le vostre famiglie”, con questa benedizione il capofamiglia, con gli occhi lucidi, ci saluta e ci abbraccia.
Addio Badraddin!

Thelma e Louise

Sedotto dal soggetto ultrasovversivo di Callie Khouri (Oscar per la miglior sceneggiatura), il regista di Blade Runner, Alien e Legend, spazza via le cortine fumogene e i controluce. Ridley Scott ha scelto lo stile hard da spot nel profondo Sud, corpi in ebollizione, polvere e jeans per l’avventura di due donne a bordo di una Thunderbird decappottabile 1966. Arkansas e già verso il Grand Canyon, obiettivo Messico.
Il film nasce leggero, Thelma (Geena Davis), sindrome di Peter Pan, con marito-padre repressivo, e Louise (Susan Sarandon) cameriera in un bar con boyfriend tenebroso, decidono per un weekend da sole nella casa vuota di un amico, lontano dal ménage, pagato o no. Ma Thelma vuole fermarsi, ballare e bere lungo la strada. Louise guida, non vuole, ma si ferma. Finiranno in un parcheggio, una sdraiata su un’auto a un soffio dalla violenza carnale e l’altra con la pistola calibro 38 puntata sul collo del latin-lover fallito. Louise spara al bruto impomatato che sotto la canna puntata osa ancora lo stupro verbale. E via, Thelma e Louise passano il «confine» non solo allegorico e attraverso gli States tracciano una nuova High way 66.
L’America le accompagna con scenari grandiosi, in sintonia con la nuova rabbia di donne braccate. Harvey Keitel, poliziotto comprensivo, l’unico uomo degno di questo nome, è sulle loro tracce. E Thelma e Louise collezionano crimini in crescendo ma con l’allegria di Sailor e Louis, la complicità di Bonnie e Clyde, l’astuzia di Butch Cassidy e Billy the Kid.
Rapine ai supermarket, un poliziotto «nazi» chiuso nel bagagliaio della sua auto in pieno canyon (e scoperto da un nero in bicicletta che spinella con un walkman, scena irresistibile), toccata e fuga con un giovane autostoppista interpretato da un altrettanto giovane e aitante Brad Pitt, l’esplosione di un’autocisterna guidata da un tipaccio e ancora, Stato dopo Stato, verso la frontiera al ritmo battente dell’autoradio.
La commedia entra in tensione e sconfina nel cinema che fu New World anni settanta, direzione Corman: donne fuorilegge, donne con la pistola.
Thelma e Louise non sono più due ragazze dell’Arkansas ma due eroine selvagge che impongono una nuova legge.
Implacabile film antimacho che evoca le due bande di Russ Meyer, Thelma & Louise si fa on the road politico, macigno scagliato contro l’ordine maschile, struggente. Fino alla fine tragica, ma al contempo lirica e ironica: circondate da un plotone di auto poliziesche, in alto un elicottero e in basso la vertigini del Canyon, Thelma e Louise scelgono il volo ad angelo nel pulviscolo rosso del sole.
La Thunderbird parte, salta nel vuoto e resta sospesa nei titoli di coda.
Non si torna indietro.
Jonathan Demme le avrebbe portate fino in Messico. Clint Eastwood salvate con la sua 44 Magnunm. John Landis avrebbe pensato un bel crash tra pantere ed elicottero. Ridley Scott, invece, le fa morire. Peccato, non ci sarà un Thelma & Louise 2 – La vendetta.

Fabio Gregg C., 2015 aprile 26

Gesù pastore buono o borghese?

Siamo nel tempo di Pasqua? Il tempo che ha fatto il Signore, il tempo in cui ragioniamo e preghiamo sulla pietra che i costruttori hanno scartato ed è diventata pietra angolare!
Il tempo della risurrezione, della vita, delle apparizioni, dello Spirito santo: cosa c’entra con tutto ciò Gesù pastore buono, che questa domenica ci presenta la Chiesa?
Non è forse una immagine troppo romantica e zuccherosa per parlare di Gesù che poco ha a che fare con la Pasqua?
Però questa immagine ci piace, ci rasserena, ci imborghesisce.
L’immagine di Gesù pastore “buono” e “bello” e “vero” (questo il significato della parola greca originale kalos) non riguarda solo l’estetica artistica, ma la bellezza della vita di Cristo.
C’è una parola che ricorre 5 volte in questo brano di san Giovanni: darsi, donarsi, nell’originale greco, spogliarsi, della vita:
Gesù il pastore buono, bello e vero è pastore proprio perché si spoglia della sua vita per noi, per la nostra salvezza;
Gesù il pastore buono, bello e vero è pastore perché conosce il Padre, cioè ha vissuto la sua conoscenza del Padre sino alla Croce. Gesù è pastore perché porta in sé le piaghe della croce e in forza di queste piaghe può chiamare le sue pecore nel suo gregge. C’è un Amore nella vita di Gesù che non è solo parole, ma intimità con Dio, comunione di pensiero e di azione con il Padre. C’è un Amore in Gesù che è ricevuto dal Padre, vissuto dal Cristo, donato nello Spirito santo a ogni uomo, ecco perché Gesù è il pastore buono, bello, vero, perché vive di questo Amore e non lo tiene per sé ma lo dona a noi, a coloro che sanno ascoltare!
Non c’è uomo nella storia dell’umanità che non desideri il bene, il bello, il vero, ma non tutti gli uomini vogliono ascoltare e trovare risposta.
E noi tra quali uomini siamo? Abbiamo orecchie aperte o chiuse?
Abbiamo voglia di entrare in questo movimento di Amore che viene dal Padre e in Cristo attraverso lo Spirito si dona a noi?

Oggi la Chiesa ci invita a pregare per il dono delle vocazioni alla vita sacerdotale, ci invita a chiedere il dono di operai per la messe del Signore, pastori per il popolo di Dio, ma pregare non è soltanto dire una Ave Maria, bensì imparare e insegnare a vivere questa azione di Amore. Là dove una Chiesa è chiusa in se stessa, non è capace di chiedersi come vivere il tempo in cui esiste, si crea solo aridità, autoreferenzialità, sterilità vocazionale!
Il pastore buono ci invita a essere pecore buone, belle e vere, capaci di ascoltare il bene, il bello, il vero dell’Amore di Dio per costruire il bene, il bello, il vero la dove si vive, anche a costo del sangue, della Croce!
C’è bisogno di bene, di bello, di vero là dove vivo?
Quanto bene, bello e vero porto là dove vivo?
Chiediamo a Dio che susciti in tutti i giovani l’ansia del bene, del bello e del vero; chiediamo ai giovani di non avere paura nell’ascoltare la voce di Cristo pastore buono non solo per essere parte del suo gregge, ma anche operai, sacerdoti della sua vigna, del popolo di Dio.
Chiediamo ai giovani di non avere paura di entrare nel vortice dell’amore di Dio per ridonarlo a tanta umanità bisognosa di bene, di bello e di vero.

Genocidio armeno, educare per non dimenticare

Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, IlSole24ore 2015 04 19

Medz Yeghern il “ Grande Male”: così gli Armeni definiscono il genocidio che un secolo fa falcidiò il loro popolo per il solo motivo della sua fede cristiana. Era la notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 quando molti esponenti dell’élite armena di Costantinopoli vennero arrestati. A partire da quella data, in un solo mese più di mille intellettuali armeni, giornalisti, scrittori, poeti e delegati al Parlamento furono deportati verso l’interno dell’Anatolia. Quasi tutti furono massacrati lungo la strada. Responsabili di arresti, deportazioni e omicidi erano i Giovani Turchi, gruppo nazionalista nato all’inizio del Ventesimo secolo e giunto al potere col progetto di creare in Anatolia uno Stato turco etnicamente omogeneo.
Fu messa in atto un’efferata “pulizia etnica”, che condusse alla morte di oltre 1.200.000 persone, uccise dalla fame, dalla malattia o dallo sfinimento, quando non eliminate fisicamente dalla violenza criminale del potere turco, che agiva con la supervisione di ufficiali dell’esercito tedesco in forza dell’alleanza tra Germania e Impero Ottomano. Quanto avvenne costituì di fatto la prova generale della Shoah attuata dai Nazisti contro gli Ebrei durante la seconda guerra mondiale. Le fotografie di Armin T. Wegner – il soldato tedesco che, a rischio della vita e contravvenendo agli ordini ricevuti, rivelò al mondo lo sterminio – sono testimonianza di quei fatti atroci. Mentre il governo turco seguita a rifiutare il riconoscimento del genocidio armeno, una recente legge francese punisce con il carcere la negazione di quel genocidio. Il 12 aprile scorso Papa Francesco ha parlato apertamente dello sterminio degli Armeni, «generalmente definito come il primo genocidio del XX secolo», citando una dichiarazione comune del 2001 di Giovanni Paolo II e del Patriarca armeno Karekin II in occasione della celebrazione del 1700° anniversario della proclamazione del cristianesimo quale religione dell’Armenia. L’affermazione del Papa ha suscitato una dura reazione della Turchia, che ha richiamato il proprio ambasciatore e ha convocato il nunzio apostolico della Santa Sede. Nella stessa Turchia le cose cominciano però a cambiare: così si è la lasciata cadere la denuncia contro Orhan Pamuk, lo scrittore turco di fama mondiale, che in un’intervista ad un giornale svizzero si era espresso senza ipocrisie sui tragici fatti accaduti. Riflettere su di essi è importante per tutti, perché gli elementi che caratterizzarono il “grande male” messo in atto esattamente un secolo fa si sono più volte ripetuti nel XX secolo e farne memoria potrebbe aiutare ad evitare che accadano ancora. Si tratta delle ragioni politiche soggiacenti a quelle etnico-religiose che motivarono il genocidio, del carattere di sterminio di massa programmato e attuato sistematicamente che esso ebbe, e dell’impatto di quegli eventi sull’intera storia del Novecento.
L’obiettivo dei Giovani Turchi era fare della Turchia uno stato nazionale sul modello dei paesi europei nati nell’Ottocento: il Paese avrebbe dovuto essere “purificato” da elementi estranei e unito con il mondo turcofono dell’Asia centrale (il Turkestan). L’ostacolo più evidente da eliminare per portare a termine questo sogno nazionalista erano proprio gli Armeni, cristiani e indoeuropei, organizzati in millet, comunità religiose e nazionali, che secondo il progetto dei Turchi erano destinate semplicemente a sparire dal territorio fino ad allora da essi abitato, che doveva entrare a far parte della grande Turchia. L’ambizione dei Giovani Turchi era di conseguire con la forza ciò che la storia non aveva realizzato. Con gli Armeni, erano i Greci e gli Assiri altri fra i più importanti gruppi cristiani da sopprimere. A cooperare con i Giovani Turchi nelle stragi furono inizialmente anche i curdi, iranici, ma musulmani. Gli esseri umani da eliminare avevano la sola colpa di appartenere a un’etnia e a una religione diverse da quella dei carnefici: nessun possibile titolo di giustificazione poteva essere preso in considerazione; la fuga o la morte erano le due sole alternative lasciate a un intero popolo. Fu così che oltre agli innumerevoli innocenti massacrati, tanti Armeni fuggirono verso Occidente, anche in Italia, spesso modificando i loro nomi di famiglia per non essere riconoscibili e quindi raggiungibili dai sicari della follia omicida dei giovani Turchi. I bellissimi romanzi di Antonia Arslan (“La masseria delle allodole” e “La strada di Smirne”) hanno reso accessibile a molti lettori la conoscenza di questa immane tragedia.
L’eliminazione del “diverso” veniva realizzata in maniera ufficialmente “pulita”, dando cioè l’impressione che si trattasse di trasferimenti di massa verso nuovi insediamenti e che solo incidentalmente ciò comportasse la perdita della vita. In realtà, oltre gli omicidi perpetrati efferatamente, la maggior parte degli Armeni in fuga morì per le condizioni delle marce forzate verso una salvezza del tutto improbabile, spesso senza cibo né riposo, incalzati dalla minaccia degli oppressori. Proprio così, quello armeno divenne il primo genocidio del Novecento, atroce modello per tutti gli altri poi realizzati, a cominciare dalla Shoah del popolo ebraico e dai sei milioni di morti da essa prodotti. Impressionante fu l’opera di formazione ideologica degli assassini, che dovevano essere convinti di “lavorare” al servizio della causa della grande Turchia, ma che in realtà erano spesso criminali comuni, predisposti dall’ignoranza e dalla fame ad accettare le condizioni imposte dal potere per la loro stessa sopravvivenza. L’impatto del Medz Yeghern fu molto forte, al di là del tradimento politico del popolo armeno, sacrificato dalle potenze occidentali in nome di una presunta convivenza con l’Impero Turco oramai in dissoluzione: le élites culturali che sopravvissero al massacro portarono in giro per il mondo la raffinata cultura della Nazione che per prima aveva abbracciato il cristianesimo come religione ufficiale già nel quarto secolo. La concentrazione di memorie culturali e di fonti letterarie armene, già da tempo presenti specie nell’Isola di San Lazzaro a Venezia, consentì l’accesso alla loro conoscenza da parte di molti studiosi e dell’opinione pubblica, cui scrittori e storici poterono comunicare i risultati delle loro ricerche. Purtroppo, però, il Grande Male servì da modello per nuove e ancor più efferate forme di barbarie, come quella concepita e messa in atto dal Nazionalsocialismo per la distruzione degli Ebrei d’Europa. Fare memoria dei fatti avvenuti un secolo fa non è allora solo un dovere morale di ricordo dei tanti innocenti uccisi, ma anche una sorta di educazione a non dimenticare, affinché quel male non abbia più a ripetersi. In questa direzione vanno le parole pronunciate da Papa Francesco: e addolora il fatto che l’attuale élite del potere turco abbia reagito così duramente ad esse, come se il male compiuto nulla avesse insegnato. “Ricordare – ha ribadito il Papa – è necessario, anzi, doveroso, perché laddove non sussiste la memoria il male tiene ancora aperta la ferita; nascondere o negare il male è come lasciare che la ferita continui a sanguinare senza medicarla!”.

Udienza di papa Francesco per EarthDay 2015

Earth Day Italia ha aderito alla campagna “Una sola famiglia umana, cibo per tutti: è compito nostro!” versione italiana dell’omonima mobilitazione “One Human Family. Food for All” lanciata a livello internazionale da Papa Francesco e da Caritas Internationalis il 10 dicembre 2013. La Campagna vuole promuovere un cambiamento nel modello di sviluppo economico, partendo dagli stili di vita del singolo, con un impegno anche a livello politico affinché tutte le persone, in Italia, in Europa e nel mondo, abbiano accesso al bene comune costituito da un cibo sano, nutriente e giusto.
La logica è la seguente: non c’è diritto al cibo se non si regola la finanza; non c’è buona finanza se non si introducono buoni principi; non c’è pace durevole se non è fondata sulla giustizia sociale e sul rispetto dei diritti di tutti, tra cui quello essenziale al cibo.
Sono questi i principi che il Santo Padre ha ribadito anche nel mese di Febbraio durante il suo intervento  alla Fao nel corso della Seconda Conferenza Internazionale sulla Nutrizione “Il diritto all’alimentazione sarà garantito solo se ci preoccupiamo del suo soggetto reale, vale a dire la persona che patisce gli effetti della fame e della denutrizione. Il soggetto reale!”. 15 minuti di discorso in spagnolo in cui il Santo Padre ha lanciato un forte appello per la soluzione di questo problema che colpisce ancora tantissime persone.
Earth Day Italia vuole ribadire l’importanza di abbracciare questa campagna e lo fa proprio con il Santo Padre, il 22 aprile 2015 in occasione della Giornata Mondiale della Terra. Quale occasione migliore per lanciare un appello capace di andare diritto al cuore!

L’Udienza Pontificia di mercoledì 22 aprile, Giornata Mondiale della Terra, darà l’opportunità alle scuole che hanno partecipato al premio sull’Alimentazione Sostenibile – contest lanciato da Earth Day Italia e Cittadinanza Attiva – di consegnare al Santo Padre una testimonianza dei lavori realizzati a testimonianza del dovere di tutti di promuovere il rispetto e l’educazione all’alimentazione nei più piccini.

Curare il pianeta non è una moda, è una forma di cultura

In occasione della giornata della terra, leggiamo e riproponiamo da Avvenire del 18 aprile 2014 la riflessione di di  Melchior Sànchez De Toca (Sottosegretario del Pontificio Consiglio della Cultura).

 

La Bibbia, il grande codice della cultura occidentale, quel grande alfabeto colorato dove, secondo Chagall, i pittori per secoli hanno intinto i loro pennelli, descrive con tratti essenziali il rapporto tra l’uomo e la Terra: “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gn 2,15). La terra, un giardino da coltivare, da custodire – peraltro uno dei grandi nuclei tematici su cui è imperniato il padiglione della Santa Sede all’Expo 2015 – esprime il giusto rapporto tra l’uomo e l’universo, forse in un modo più vicino alla nostra sensibilità moderna che non il “riempite la terra e soggiogatela” della Genesi (1,28).

Coltivare la terra rimanda, già nella stessa radice latina, a due dimensioni fondamentali dell’esistenza umana: il culto e la cultura. E non è un caso se in molte altre lingue, a cominciare dall’ebraico biblico, il lavoro (‘abd) è strettamente collegato al servizio divino (‘abodah). La cura della terra è così intimamente legata a quel “prendersi cura” di sé che è all’origine della cultura e al rapporto con Dio, che si esprime nel rito, nei simboli, nei racconti.

La giornata mondiale della Terra, l’Earth Day, celebrato in tutto il mondo, ci ricorda queste verità essenziali.

Prendersi cura del pianeta non è un lusso, non è una concessione alla moda del momento. È prendere coscienza di una responsabilità comune a tutti, di un’urgenza impellente. Per decenni abbiamo sfruttato il pianeta che ci ospita, di cui siamo parte, e lo abbiamo saccheggiato, ben lontano da quel “prendersi cura” che Dio aveva ordinato all’uomo.

Curare il pianeta è un dovere di solidarietà nei confronti delle generazioni successive; ma comincia ad essere anche un atto di semplice sopravvivenza. E anche una forma di cultura, sia in senso etimologico, sia in quello comune.