A raiz humana da crise ecológica. I

Folha 4

A actual crise está enraizada no presente predomínio tecnocrático e na concepção do homem que dele deriva.

  1. “A técnica exprime a tensão do ânimo humano para uma gradual superação das limitações materiais” ( B XVI, CV, 69). A tecnociência, se devidamente orientada, também é capaz de produzir o bonito. Assim, no desejo de beleza do artesão e em quem contempla aquela beleza se realiza o salto para uma certa plenitude própria do homem (cf. 102ss).

No entanto, não podemos ignorar os perigos no guiar o poder do progresso (nas suas dimensões económica, técnica, científica e social), normalmente nas mãos de poucos oligarcas.

Tende-se a crer que “cada poder aquisitivo é simplesmente progresso, aumento de segurança, utilidade, bem-estar, força vital, de plenitude de valores” (R. Guardini), como se a realidade e o bem surgissem espontaneamente do mesmo poder e da tecnologia e da economia. A verdade é que «o homem moderno não foi educado para o reto uso do poder» (ib.)… cada época tende a desenvolver uma baixa auto-consciência de seus próprios limites … liberdade do homem adoece, quando se entrega às forças cegas do inconsciente, das necessidades imediatas, do egoísmo, da violência brutal; mas podemos afirmar que carece de uma ética sólida, uma cultura e uma espiritualidade que lhe ponham realmente um limite e o contenham dentro dum lucido domínio de si (105).

 

  1. Mas o problema fundamental é a globalização do paradigma tecnocrático. Se até ontem o progresso acompanhou a natureza, a humanidade hoje tomou a tecnologia e seu desenvolvimento, juntamente com um paradigma homogêneo e unidimensional. O problema não é a tecnologia em si, mas sim as consequências socio-antropologicas dos mesmos. Algumas decisões que parecem puramente instrumentais, na verdade, são escolhas relevantes para o tipo de vida social a ser desenvolvido. Desta forma, a capacidade de tomada de decisão, a liberdade autêntica e mais o espaço para a criatividade alternativa dos indivíduos são reduzidas. Estamos diante ”a um domínio, no sentido verdadeiro da palavra “(R. Guardini) (cr. 106ss).

Não se aprendeu a lição da crise financeira mundial (A finança sufoca a economia real) e, muito lentamente, se aprende a lição do deterioração ambiental” (109). A maximização do lucro não é suficiente. O mercado por si só não garante o desenvolvimento humano integral e inclusão social (B XVI , CV 35).

A especialização própria da tecnologia comporta grande dificuldade para se conseguir um olhar de conjunto, sobretudo os do meio ambiente e dos pobres, que não se podem enfrentar a partir duma única perspetiva nem de um único tipo de interesses. Uma ciência, que pretenda oferecer soluções para os grandes problemas, deveria necessariamente ter em conta tudo o que o conhecimento gerou nas outras áreas do saber, incluindo a filosofia e a ética social… Na realidade concreta que nos interpela, aparecem vários sintomas que mostram o erro, tais como a degradação ambiental, a ansiedade, a perda do sentido da vida e da convivência social. Assim se demonstra uma vez mais que «a realidade é superior à ideia” (EG 231)» (110).

O problema ecológico não é simplesmente uma questão de recursos técnicos, mas de uma nova cultura ecológica: um pensamento, um programa educacional, um estilo de vida e uma espiritualidade … A humanidade hoje mudou profundamente e a acumulação de novidades consagra uma transitoriedade que nos atrai para a superfície em uma única direção. Torna-se difícil de parar para recuperar a profundidade da vida … Ninguém quer voltar para as cavernas, mas precisa diminuir a marcha, à procura de sinais de liberação deste paradigma tecnocrático e ao mesmo tempo, recuperar os valores e grandes propósitos destruídos por um esagerado megalomaníaco (cf. 111 -114).

Perguntas:

O que è a tecnologia?

Que idéia você tem do “belo”, porque o Papa Francisco fala do belo?

O problema da gestão do poder não é um problema apenas de filme, é um problema que toca a todos nós: o que você acha?

O problema ecológico não é apenas um problema da poluição, é um problema da espiritualidade formada por uma ética sólida e uma cultura que realmente nos ensinar o senso do limite, do auto-controle para o bem comum.

Que estilo de vida você poderia começar a viver?

Quais pontos de referência para construir um estilo de vida renovado?

La radice umana della crisi ecologica. I

Scheda 4

L’attuale crisi trova le sue radici nel predominio tecnocratico attuale e nella concezione dell’uomo che da esso è derivato.

  1. «La tecnica esprime la tensione dell’animo umano verso il graduale superamento di certi condizionamenti materiali» (B XVI, CV, 69). La tecnoscienza, se bene orientata, è anche capace di produrre il bello. In tal modo, nel desiderio di bellezza dell’artefice e in chi quella bellezza contempla si compie il salto verso una certa pienezza propriamente umana (cf. 102ss).

Tuttavia non possiamo ignorare i pericoli nel gestire il potere del progresso (nelle sue dimensioni economica, tecnica, scientifica e sociale), normalmente in mano a poche oligarchie.

Si tende a cedere che «ogni acquisto di potenza sia semplicemente progresso, accrescimento di sicurezza, di utilità, di benessere, di forza vitale, di pienezza di valori» (R. Guardini), come se la realtà e il bene sbocciassero spontaneamente dal potere stesso della tecnologia e dell’economia. Il fatto è che «l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza» (Ib.) … ogni epoca tende a sviluppare una scarsa autocoscienza dei propri limiti… la libertà dell’uomo si ammala quando si consegna alle forze cieche dell’inconscio, dei bisogni immediati, dell’egoismo, della violenza brutale; … quando gli mancano un’etica solida, una cultura e una spiritualità che realmente gli diano un limite e lo contengano entro un lucido dominio di sé (105).

  1. Ma il problema fondamentale è la globalizzazione del paradigma tecnocratico. Se fino a ieri il progresso ha accompagnato la natura, oggi l’umanità ha assunto la tecnologia e il suo sviluppo insieme a un paradigma omogeneo e unidimensionale. Il problema non è la tecnologia in sé, bensì le conseguenze socioantropologiche che ne derivano. Certe scelte che sembrano puramente strumentali, in realtà sono scelte attinenti al tipo di vita sociale che si intende sviluppare. In questo modo la capacità di decisione, la libertà più autentica e lo spazio per la creatività alternativa degli individui sono ridotte. Siamo di fronte «a un dominio nel senso stretto della parola» (R. Guardini) (cr. 106ss).

«Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale (la finanza soffoca l’economia reale) e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale» (109). La massimizzazione del profitto non è sufficiente. Il mercato da solo non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale (B XVI, CV 35).

«La specializzazione della tecnologia non permette uno sguardo d’insieme e i problemi, specialmente dei più poveri, non si possono risolvere senza tenere conto delle diverse aree del sapere, comprese la filosofia e l’etica sociale… nella realtà concreta che ci interpella, appaiono diversi sintomi che mostrano l’errore, come il degrado ambientale, l’ansia, la perdita del senso della vita e del vivere insieme. Si dimostra così ancora una volta che la “realtà è superiore all’idea” (EG 231)» (110).

Il problema ecologico non è semplicemente una questione di rimedi tecnici, bensì di una nuova cultura ecologica: un pensiero, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità… L’umanità oggi si è modificata profondamente e l’accumularsi di continue novità consacra una fugacità che ci trascina in superficie verso un’unica direzione. Diventa difficile fermarci per recuperare le profondità della vita… Nessuno vuole tornare alle caverne, ma bisogna rallentare la marcia, guardare ai segni di liberazione di questo paradigma tecnocratico e la tempo stesso recuperare i valori e i grandi fini distrutti da una sfrenatezza megalomane (cf. 111-114).

Domande:

Cos’è per te la tecnologia?

Quale idea hai di “bello”, perché papa Francesco parla di bello?

Il problema della gestione del potere non è un problema solo da film, è un problema che tocca tutti noi: cosa ne pensi?

Il problema ecologico non è solo un problema di inquinamento, è un problema di spiritualità formata da un’etica solida e una cultura che realmente ci educhi al senso del limite, del dominio di sé per il bene comune.

Quale stile di vita potresti cominciare a vivere?

Quali punti di riferimento per costruire un rinnovato stile di vita?

Famiglie in piazza

Protestare, far sentire la propria voce su un tema o sull’altro è un diritto di tutti, così come è un dovere farlo in modo pacifico e rispettoso.
Mi sembra che così sia successo, anche se le reazioni – e ora non posso usare un termine diverso – “contro” i cattolici siano state più virulente e in certe situazioni non rispettose che nella situazione precedente, forse perché il cattolico comunque dà fastidio.
Come spesso accade il senso critico che ognuno chiede all’altro, sovente in questi frangenti non viene usato. Mi spiace quando questo senso critico non è usato da tanti studenti con i quali ho avuto il piacere e l’onore di condividere ore di lavoro e di crescita.
Non sono andato al Circo Massimo sabato perché non amo molto queste manifestazioni, perché ho altri spazi sui quali far sentire la mia voce, perché non volevo incrociarmi con politici che hanno in mente il valore della vita solo in certe occasioni! Però quando in una classe c’è uno studente “balordo”, non significa che tutta la classe sia “balorda”!
Il valore della vita.
La maggior parte delle persone che hanno manifestato al Circo Massimo hanno una idea precisa del valore della vita; sono peccatori come tanti altri, sicuramente, ma hanno non solo in mente, anche in pratica una coscienza della vita che per molti versi la nostra società – specialmente occidentale – sta perdendo. Una coscienza della vita come dono che non ti appartiene, proprio perché dono, dono che va rispettato e non commercializzato.
L’idea di fondo del cristiano è che la vita vada sempre rispettata dal suo “prima” di nascere al suo dopo morire, quindi anche durante il suo vivere.
Mi pare che il problema non verta sul rispetto dei diritti altrui, ma sul modo in cui far valere questi diritti. L’equiparazione dei termini per definire delle situazioni reali non è mai un’azione corretta, per nessuno. E nonostante i propri peccati, i cristiani sanno che proprio perché si rispettano gli altri, tutti, non si può omologare il tutto. Purtroppo questo non è molto chiaro a tutti; una certa mentalità liquida e commerciale in cui tutti noi viviamo ci porta a non porre più confini (tranne che per i migranti!) creando così una situazione di confusione di cui forse oggi non ci rendiamo conto.
Le convivenze eterosessuali hanno già il rito civile del matrimonio; le relazioni omosessuali hanno diritto ad avere una regolamentazione giuridica per tutti i motivi che sappiamo, queste relazioni però non si possono chiamare matrimoni per i motivi che ho già scritto precedentemente; poi ci sono alcuni che non desiderano riconoscimento alcuno, ma questa è un altro argomento.
Diversa è la questione delle adozioni, ma qui entrano in gioco – a detta di alcuni – le paure, l’ignoranza, l’antimodernismo dei cattolici. Forse.
O forse qui entra in gioco la riflessione sulla libertà e sulla verità.
La libertà non è il potere fare quello che si vuole, anche con tutte le buone intenzioni, ma la possibilità di agire per il massimo bene per tutti. La libertà è la capacità di sapersi incontrare con libertà dell’altro, specialmente quando l’altro è un nascituro o un bambino.
Un nascituro o un bambino non sono degli oggetti commerciabili! Certo molti hanno in mente il bene dei nascituri o dei bambini, ma la ricerca del bene non può misurarsi solo con il bisogno di un piacere del momento; essa deve misurarsi anche con la possibilità del limite. Il limite di non poter avere un figlio proprio, quando la biologia non lo rende possibile (e la scienza per tutti noi è un dogma!).
C’è un diritto naturale – anche di questo ho già scritto – che non si può invocare solo per se stessi o quando fa comodo, ma anche per un bambino, per le nuove generazioni. C’è un diritto naturale che implica la capacità di saper vedere oltre il proprio naso; una lungimiranza che chiediamo alla programmazione economica, ma non vogliamo utilizzare nella riflessione antropologica.
Mi auguro che il governo possa trovare una accettabile soluzione per il bene del paese e concludo citando quando il vescovo di Chieti, Bruno Forte scrive su Il Sole 24 ore di oggi:
«Qual è la posta in gioco nell’attuale dibattito parlamentare sulle unioni civili riguardo al bene comune? La risposta a questa domanda richiede che si rifletta sui valori di fondo implicati nelle decisioni da prendere. Mi sembra che essi siano fondamentalmente tre: i diritti del cittadino, i suoi doveri verso la “res publica” e i doveri della stessa nel promuovere il bene di tutti, per tutti…
Scommettere sulla famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna non è contro nessuno, ma a favore di tutti perché l’unione matrimoniale di un uomo e di una donna, vissuta nella fedeltà e aperta alla procreazione, è garanzia della crescita autentica dell’umanità e della socialità di ciascuno. Nel sostenere la famiglia «società naturale fondata sul matrimonio» sarà, insomma, la “res publica” tutta intera a trarne vantaggio per il suo presente e il suo futuro».

Giannicola M. Simone

O envangelho da criação

Se na verdade se quer construie uma ecologia que permita de arranjar tudo aquilo que destruimos, portanto, nenhum ramo da ciência e nenhuma forma de sabedoria podem ser negligenciado, nem aquela religiosa com sua própria línguagem… é um bem para a criação que nós crentes reconhecemos melhor os compromissos ecologicos resultantes de nossas crenças.

As narrações do Gênesis indicam as três relações fundamentais ligadas entre elas: com Deus, com o próximo e com a terra; mas também romperam-se: o pecado.

A harmonia entre o Criador, a humanidade e toda a criação foi destruída por termos pretendido ocupar o lugar de Deus, recusando reconhecer-nos como criaturas limitadas. Este facto distorceu também a natureza do mandato de «dominar» a terra e de a cultivar e guardar transformou-se num conflito. Por isso, é significativo que a harmonia vivida por São Francisco de Assis com todas as criaturas tenha sido interpretada como uma sanação daquela ruptura. (66)

O cristão não tem o mandato para subjugar, dominar a criação, mas para “cultivar e guardar” o jardim do mundo, de viver em uma relação de reciprocidade. Por isso, é negado pela Bíblia uma propriadade absluta da terra: o repouso do sétimo dia não é apenas para o homem. Todas as criaturas, queridas em seu próprio ser, refletem, em sua própria maneira, um raio de infinita sabedoria e bondade de Deus (70-74).

Esquecer Deus como Pai, Omnipotente e Criador leva o homem à autodeterminação, à tirania, à destruição (cf. 75).

Para a tradição judaico-cristã, dizer “criação” é mais do que dizer “natureza”, é dizer ato de amor, sentido, relacionamento; é desmitificar a natureza. De volta à natureza significa cuidar com a nossa inteligência, sabedoria e humildade (cf. 78). “Os governantes das nações dominam sobre elas, e seus líderes oprimem. Entre vós não seja assim; mas quem quiser tornar-se grande entre vós, será vosso servo “(20,25s Mt) (82).

Em virtude desta tudo se torna um sinal da presença de Deus, tudo se torna respeitável, mesmo o espaço geográfico onde experimentamos Deus: “Eu me expresso expressando o mundo; eu exploro minha sacralidade decifrando aquela do mundo “(Paul Ricoeur) (85); Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole…

Mas dizendo isto não esquecemos que existe uma distância infinita, que as coisas deste mundo não contêm a plenitude de Deus (88).

As diferentes partes da natureza, incluindo o homem, estão em intimo relacionamento entre elas. «Deus uniu-nos tão estreitamente ao mundo que nos rodeia, que a desertificação do solo é como uma doença para cada um, e podemos lamentar a extinção de uma espécie como se fosse uma mutilação» (89)

Mas não pode ser autêntico um sentimento de união íntima com os outros seres da natureza, se ao mesmo tempo não houver no coração ternura, compaixão e preocupação pelos seres humanos…Por isso, exige-se uma preocupação pelo meio ambiente, unida ao amor sincero pelos seres humanos e a um compromisso constante com os problemas da sociedade (91).

Isto significa que não se pode falar de ecologia, se não nos importamos dos mais desfavorecidos.

O princípio da subordinação da propriedade privada ao destino universal dos bens e, consequentemente, o direito universal ao seu uso é uma «regra de ouro» do comportamento social e o «primeiro princípio de toda a ordem ético-social».A tradição cristã nunca reconheceu como absoluto ou intocável o direito à propriedade privada, e salientou a função social de qualquer forma de propriedade privada (93). Por isso, os bispos da Nova Zelândia perguntavam-se que significado possa ter o mandamento «não matarás», quando «uns vinte por cento da população mundial consomem recursos numa medida tal que roubam às nações pobres, e às gerações futuras, aquilo de que necessitam para sobreviver» (95).

A relação com a natureza e sua propriedade foi interrompida pelo pecado, mas Cristo em sua morte e ressurreição restabeleceu o equilíbrio certo e nos deu o Espírito de vida para reconstruí-la com Ele (100).

 

Perguntas:

Ciência e fé em diálogo: o que os seus estudos podem ajudar a recriar a harmonia com a criação?
O sétimo dia, quanto fazemos descansar as coisas, a natureza, as pessoas?
A incapacidade de repouso leva à auto-destruição, à tirania?
Você alguma vez raciocinou sobre o valor, sobre a inferência social de cada sua escolha (carteira de apólices)?
Quantas vezes você “mata” alguém com os seus consumos?
Você benefícia, tira vantagem do Espírito Santo que lhe foi dado para reconstruir?

Il Vangelo della creazione

Se si vuole veramente costruire un’ecologia che ci permetta di riaparare tutto ciò che abbiamo distrutto, allora nessun ramo delle scienze e nessuna forma di saggezza può essere trascurata, nemmeno quella religiosa con il suo linguaggio proprio… è un bene per il creato che noi credenti riconosciamo meglio gli impegni ecologici che scaturiscono dalle nostre convinzioni.

I racconti della Genesi indicano le tre relazioni fondamentali connesse: con Dio, con il prossimo, con la terra; ma anche la loro rottura: il peccato. L’armonia tra il Creatore, l’umanità e tutto il creato è stata distrutta per avere noi preso il posto di Dio, rifiutando di riconoscersi come creature limitate. Questo fatto ha distorto anche la natura del mandato di soggiogare la terra e di coltivarla e custodirla generando un conflitto. Per questo è significativo che l’armonia che san Francesco d’A. viveva con tutte le creature sia stata interpretata come una guarigione di tale rottura (66).

Il cristiano non ha il mandato di soggiogare, dominare il creato, bensì di «coltivare e custodire» il giardino del mondo, di vivere in relazione di reciprocità. Perciò è negata dalla Bibbia una proprietà assoluta della terra: il riposo del settimo giorno non è solo per l’uomo. Ogni creatura, voluta nel suo proprio essere, riflette, a suo modo, un raggio dell’infinita sapienza e bontà di Dio (cf. 70-74).

Dimenticare Dio come Padre, Onnipotente e Creatore porta l’uomo all’autodeterminazione, alla tirannia, alla distruzione (cf. 75).

Per la tradizione giudeo-cristiana, dire «creazione» è più che dire «natura», è dire atto d’amore, senso, relazione; è demitizzare la natura. Tornare alla natura significa averne cura con la nostra intelligenza, sapienza e umiltà (cf. 78). «I governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sia così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore» (Mt 20,25s) (82).

In forza di ciò tutto diventa segno della presenza di Dio, tutto diventa rispettabile, anche lo spazio geografico dove si fa esperienza di Dio: «Io mi esprimo esprimendo il mondo; io esploro la mia sacralità decifrando quella del mondo» (P. Ricoeur) (85); Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole…

Ma dicendo ciò non dimentichiamo che esiste una distanza infinita, che le cose di questo mondo non contengono la pienezza di Dio (88).

Le varie parti della natura, uomo compreso, sono in intima relazione tra loro. «Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione» (89).

Però non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri essere della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli essere umani… per questo si richiede una preoccupazione per l’ambiente unita al sincero amore per gli essere umani e un costante impegno riguardo ai problemi della società (91).

Ciò significa che non si può parlare di ecologia se non ci si preoccupa dei più svantaggiati. «Il principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni e, perciò, il diritto universale al loro uso, è una “regola d’oro” del comportamento sociale, è il “primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale”». La proprietà privata è legittima, ma su di essa grava sempre un’ipoteca sociale (93). Per questo i vescovi della Nuova Zelanda si sono chiesti cosa significhi “non uccidere” quando un «venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno di sopravvivere» (95).

Il rapporto con la natura e i suoi beni è stato interrotto dal peccato, ma Cristo con la sua morte e risurrezione ha ristabilito la giusta armonia e ci ha donato lo Spirito di vita per ricostruirla con Lui (100).

Domande:

Scienza e fede in dialogo: quanto i tuoi studi possono contribuire a ricreare l’armonia con il creato?

Il settimo giorno, quanto facciamo riposare le cose, la natura, le persone?

L’incapacità di riposare porta all’autodistruzione, alla tirannia?

Hai mai ragionato sul valore, sull’inferenza sociale di ogni tua scelta (politica del portafoglio)?

Quante volte “uccidi” qualcuno con i tuoi consumi?

Approfitti dello Spirito santo che ti è stato donato per ricostruire?

Come arrivare al 25 gennaio?

Cari confratelli e amici,

eccoci ancora alle “prese” con la festa della conversione del nostro Paolo santo.

Vi proponiamo di “incontrarci” via web lunedì 25 dalle ore 20.30 alle ore 21.30 per ragionare e pregare insieme sull’esperienza di misericordia che ha operato in Paolo. Come ben capite non è possibile trovare un orario uguale per tutti, quindi dobbiamo cercare di fare qualche piccolo sforzo o, se preferiamo, inviarci un piccolo video da trasmettere durante la diretta.

Per collegarci siete invitati ad avvisarmi per tempo via mail e, entro poche ore dalla diretta, clickare il link www.barnabitiaps.org/stpaulonair così da ricevere i codici di accesso alla diretta (senza codici potrete vederci ma non intervenire).

 

Per prepararci in modo adeguato alla discussione via web possiamo tenere come punto di riferimento la prima lettera di san Paolo a Timoteo:

[1Tim 1,12]Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al mistero: 13io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede; 14così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.

15Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. 16Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.

17Al Re dei secoli incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Quindi quanto leggiamo in papa Francesco, messaggio per la pace 2016:

«La misericordia è il cuore di Dio. Perciò dev’essere anche il cuore di tutti coloro che si riconoscono membri dell’unica grande famiglia dei suoi figli; un cuore che batte forte dovunque la dignità umana – riflesso del volto di Dio nelle sue creature – sia in gioco. Gesù ci avverte: l’amore per gli altri – gli stranieri, i malati, i prigionieri, i senza fissa dimora, perfino i nemici – è l’unità di misura di Dio per giudicare le nostre azioni. Da ciò dipende il nostro destino eterno. Non c’è da stupirsi che l’apostolo Paolo inviti i cristiani di Roma a gioire con coloro che gioiscono e a piangere con coloro che piangono (cfr Rm 12,15), o che raccomandi a quelli di Corinto di organizzare collette in segno di solidarietà con i membri sofferenti della Chiesa (cfr 1 Cor 16,2-3). E san Giovanni scrive: «Se qualcuno possiede dei beni di questo mondo e vede suo fratello nel bisogno e non ha pietà di lui, come potrebbe l’amore di Dio essere in lui?» (1 Gv 3,17; cfr Gc 2,15-16)».

Invece in Misericordiae Vultus leggiamo:

«Il richiamo che Gesù fa al testo del profeta Osea – « voglio l’amore e non il sacrificio » (6,6) – è molto significativo in proposito. Gesù afferma che d’ora in avanti la regola di vita dei suoi discepoli dovrà essere quella che prevede il primato della misericordia, come Lui stesso testimonia, condividendo il pasto con i peccatori. La misericordia, ancora una volta, viene rivelata come dimensione fondamentale della missione di Gesù. Essa è una vera sfida dinanzi ai suoi interlocutori che si fermavano al rispetto formale della legge. Gesù, invece, va oltre la legge; la sua condivisione con quelli che la legge considerava peccatori fa comprendere fin dove arriva la sua misericordia.

«Anche l’apostolo Paolo ha fatto un percorso simile. Prima di incontrare Cristo sulla via di Damasco, la sua vita era dedicata a perseguire in maniera irreprensibile la giustizia della legge (cfr Fil 3,6). La conversione a Cristo lo portò a ribaltare la sua visione, a tal punto che nella Lettera ai Galati afferma: « Abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge » (2,16). La sua comprensione della giustizia cambia radicalmente. Paolo ora pone al primo posto la fede e non più la legge. Non è l’osservanza della legge che salva, ma la fede in Gesù Cristo, che con la sua morte e resurrezione porta la salvezza con la misericordia che giustifica. La giustizia di Dio diventa adesso la liberazione per quanti sono oppressi dalla schiavitù del peccato e di tutte le sue conseguenze. La giustizia di Dio è il suo perdono (cfr Sal 51,11-16).

«21. La misericordia non è contraria alla giustizia ma esprime il comportamento di Dio verso il peccatore, offrendogli un’ulteriore possibilità per ravvedersi, convertirsi e credere. L’esperienza del profeta Osea ci viene in aiuto per mostrarci il superamento della giustizia nella direzione della misericordia. L’epoca di questo profeta è tra le più drammatiche della storia del popolo ebraico. Il Regno è vicino alla distruzione; il popolo non è rimasto fedele all’alleanza, si è allontanato da Dio e ha perso la fede dei Padri. Secondo una logica umana, è giusto che Dio pensi di rifiutare il popolo infedele: non ha osservato il patto stipulato e quindi merita la dovuta pena, cioè l’esilio. Le parole del profeta lo attestano: « Non ritornerà al paese d’Egitto, ma Assur sarà il suo re, perché non hanno voluto convertirsi » (Os 11,5). Eppure, dopo questa reazione che si richiama alla giustizia, il profeta modifica radicalmente il suo linguaggio e rivela il vero volto di Dio: « Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Èfraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò da te nella mia ira » (11,8-9). Sant’Agostino, quasi a commentare le parole del profeta dice: « È più facile che Dio trattenga l’ira più che la misericordia ».[13] È proprio così. L’ira di Dio dura un istante, mentre la sua misericordia dura in eterno.

«Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge. La giustizia da sola non basta, e l’esperienza insegna che appellarsi solo ad essa rischia di distruggerla. Per questo Dio va oltre la giustizia con la misericordia e il perdono. Ciò non significa svalutare la giustizia o renderla superflua, al contrario. Chi sbaglia dovrà scontare la pena. Solo che questo non è il fine, ma l’inizio della conversione, perché si sperimenta la tenerezza del perdono. Dio non rifiuta la giustizia. Egli la ingloba e supera in un evento superiore dove si sperimenta l’amore che è a fondamento di una vera giustizia. Dobbiamo prestare molta attenzione a quanto scrive Paolo per non cadere nello stesso errore che l’Apostolo rimproverava ai Giudei suoi contemporanei: «Ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio. Ora, il termine della Legge è Cristo, perché la giustizia sia data a chiunque crede» (Rm 10,3-4). Questa giustizia di Dio è la misericordia concessa a tutti come grazia in forza della morte e risurrezione di Gesù Cristo. La Croce di Cristo, dunque, è il giudizio di Dio su tutti noi e sul mondo, perché ci offre la certezza dell’amore e della vita nuova».

Battesimo di Gesù

Domenica del Battesimo del Signore – 2016 / C 13 gennaio

Si chiude oggi il tempo di Natale, si chiude con la rivelazione di Gesù, non solo come salvatore delle genti, l’Epifania, bensì come Figlio di Dio, il Battesimo. A questa manifestazione si aggiungerà quella dell’operare di Gesù, a Cana di Galilea, dove comincerà il suo ministero con il miracolo dell’acqua trasformata in vino.

Da sempre la liturgia tiene insieme questi tre momenti per ricordarci l’umanità divina di Gesù, per evidenziare l’identità e la missione di Gesù.

Gesù è colui che non ha mancato di farsi uomo, per dire al mondo intero, all’universo intero che non è solo, che non è abbandonato alle proprie violenze, alle proprie guerre, alle proprie preoccupazioni, al proprio peccato, ma è chiamato a celebrare il banchetto celeste, ricolmo di vino nuovo.

Ma il mistero della festa di oggi ci spiega il modo in cui Dio opera in Gesù per noi.

C’è una domanda della gente sul chi sia il messia e Giovanni il Battista cerca una risposta, ma non si mette al posto del messia.

Arriva un uomo, tra gli uomini, in preghiera – silenziosa! – che condivide con gli altri uomini il bisogno di conversione.

Su quest’uomo, vissuto nel silenzio per trent’anni, in forma corporea scende lo Spirito santo; non in modo astratto, teorico, ma in forma corporea, concreta: Dio non disdegna di farsi vedere, conoscere, condividere.

Lo Spirito santo conferma quest’uomo in quanto Figlio di Dio e segna a lui la strada: quello che a noi dovrebbe succedere con la Cresima!

C’è in questo fatto che accade a Gesù la sintesi, il riassunto di tutto l’agire di Gesù.

Lo Spirito santo discese sulla terra, nel corpo di Maria per aprire la terra al cielo e generare il Figlio.

Lo Spirito santo ora ritorna con rinnovata potenza su Colui che è disceso in terra per dare alla terra, agli uomini, la sicurezza che Dio non è più lontano.

Gesù pregava, in silenzio, come sulla croce, Gesù prega in silenzio per donarci lo Spirito: chinato il capo spirò.

Siamo di fronte al primo atto di quella che sarà la Pentecoste per tutti noi. La festa del battesimo del Signore ci insegna come prepararci al dono dello Spirito.

Chi come Gesù accetta il limite umano, la fragilità della creazione, è riempito del suo Spirito e comincia a gustare la vita nuova del Figlio di Dio.

A questo punto, dalle azioni di Gesù alcune domande:

Gesù pregava;
Gesù cammina tra gli uomini;
Gesù accoglie il dono dello Spirito santo;
Gesù dona il dono dello Spirito santo:

come preghiamo?
Con parole a memoria o ascoltando in silenzio Dio e vivendo ciò che ascoltiamo?
Come camminiamo tra gli uomini?
Di fronte ai fatti di questi giorni diventiamo isterici ed estremisti o siamo capaci di      testimoniare una fede di discernimento, di ragionamento per trovare soluzioni?
Come accogliamo il dono dello Spirito santo?
Mettiamo a frutto la sapienza, l’intelligenza, la fortezza, la pace per affrontare i
drammi e le preoccupazioni di oggi?
Come condividiamo il dono dello Spirito santo?
Ci chiudiamo in una fede intimistica o facciamo la fatica di convivere con gli uomini per portare
loro la luce di Cristo?

La guerra del pensare, ragionare, scrivere

L’anno passato ci ha lasciato difficili e drammatiche situazioni che non sappiamo come affrontare. L’anno appena arrivato vede già due begli articoli di Fabio e Pasqua che ci insegnano una semplice ma ardua soluzione: pensare, ragionare, scrivere.

Non sono gli isterismi a cui ci aggrappiamo che risolvono le paure e la fatica di continuare a vivere, ma la voglia di pensare, ragionare, scrivere.

Un mio amico impresario scrive che oggi i giovani, ma anche noi adulti io credo, hanno bisogno di modelli, di punti di riferimento per affrontare la liquidità nella quale sono obbligati a vivere. Sapere che la lettura è al terzo posto tra gli interessi dei giovani, dopo musica e internet e che il volontariato trova molto spazio nel loro tempo libero è un modello che dobbiamo amplificare.

Leggere, pensare, ragionare, scrivere sono le migliori “armi” per combattere le armi della violenza, del sopruso, dell’ubriacatura ideologica o religiosa. Non gli isterismi o le reazioni di pancia, ma l’uso della sapienza, dell’intelligenza, della fortezza sono le migliori armi per affrontare Parigi, Colonia, Damasco, Teheran… Armi meno efficaci? A prima vista sicuramente, ma a lungo tempo no. La storia in questo ci è maestra, seppure talvolta ce ne dimentichiamo.

È questo il motivo per cui inizio questo nuovo anno 2016 ringraziando Pasqua e Fabio ma anche quant’altri hanno già pubblicato nel 2015 o avranno la voglia di raccontarci, di aiutarci a capire qualche cosa attraverso la propria capacità di leggere, pensare, ragionare e scrivere.

Papa Francesco ci invita a combattere la “globalizzazione dell’indifferenza” se vogliamo salvaguardare il mondo; voi, noi giovanibarnabiti possiamo con orgoglio dirci in prima linea in questa “guerra” e desiderosi di continuare a combatterla per costruire una “globalizzazione della responsabilità”.

Buon lavoro,

Giannicola M. Simone, prete.

Salva-banche e “bail in”: facciamo il punto!

Sono a sfondo finanziario le prime pagine dei quotidiani 2016, i cui titoli segnalano l’entrata in vigore delle nuove norme europee relative al cosiddetto “bail in”. “Bail in” (letteralmente salvataggio interno) indica quel provvedimento atto a disciplinare criteri e procedure in materia di fallimento bancario: la nuova direttiva impone che la crisi degli istituti di credito non sia più un “affare di Stato” e i primi a pagare siano gli azionisti. Un provvedimento che non coglie il pubblico impreparato, dato il clamore delle vicende che il mese scorso hanno visto sull’orlo del crac quattro istituti di credito italiani: 15mila, perlopiù piccoli risparmiatori, le persone coinvolte nell’azzeramento dei titoli subordinati (è quanto imposto dal decreto “Salva-Banche”, per evitarne il fallimento).
I media, nell’ultimo mese, non hanno parlato d’altro: ma cosa sono le obbligazioni subordinate? Si tratta dei titoli di debito che permettono a chi li possiede di diventare creditore dell’istituto emittente, incassando interessi periodici. E fin qui, tutto chiaro. Il problema sorge in caso di problemi finanziari dell’emittente, per cui il rimborso avviene successivamente a quello di altri soggetti (dipendenti, correntisti e possessori di altri titoli), quindi non è detto che ci sia. Pare che i risparmiatori in protesta, non ne fossero al corrente.
“Il problema principale, spiega Giuseppe D’Orta di Aduc, «è che non è stato mai spiegato cosa fosse la subordinazione». Ovvero, venivano venduti come prodotti “sicuri” quando sicuri non lo erano proprio” (Paolucci, La Stampa). “Delle innumerevoli e meritorie cose che si sono potute leggere sui vari aspetti del crac e del salvataggio, dei controlli mancati, dei conflitti d’interesse e degli insider trading presunti, ce n’è una che non riesco a togliermi dalla testa, l’intervista al funzionario della banca che curava i rapporti con Luigino D’Angelo, il pensionato suicida diventato il simbolo tragico di questa epopea. Nero su bianco e non smentita, lì c’è tutta la morale della favola: ebbene sì, ammette il funzionario, i risparmiatori li abbiamo programmaticamente raggirati, perché a nostra volta eravamo ricattati dai vertici della banca; o accettavamo di farlo o rischiavamo il licenziamento, e viceversa, più riuscivamo a raggirarne e più venivamo premiati. C’è bisogno di altre prove per capire com’è andata e come va?” scrive la giornalista Ida Dominijanni (“Banche, credito e colpa”, Internazionale).
Lacune e dubbi in merito alla trasparenza dei dirigenti bancari sulla vendita dei titoli in questione, sembrano assumere un ruolo determinante nell’indagine ai colpevoli di questo disastro. Dunque, appare scontato, ma forse non lo è, dire che tutti (banche, autorità, e media) debbano impegnarsi per fornire un’informazione limpida e corretta ai risparmiatori, come primo passo per evitare l’insorgere di situazioni simili. A tutto ciò si aggiunga: “Responsabilizzare il risparmiatore! L’imperativo categorico ripetuto dall’alto degli amboni più diversi da economisti ed esperti di varia natura, che sembra assumere il tratto di un mantra destinato ad accompagnarci in questo inizio di anno. Si auspica un’educazione alla finanza da impartire ai ragazzi fin dalla scuola dell’obbligo per poter liberare preventivamente financo il cittadino qualunque dal rischio di finire in qualche trabocchetto finanziario” (Pietro Cafaro, Avvenire).
Nel frattempo, il Governo italiano lavora ai possibili interventi per aiutare i clienti delle quattro banche salvate dal decreto, i quali hanno visto azzerare il proprio capitale nel giro di poche ore: si pensa a un fondo di solidarietà da 100 milioni di euro (finanziato in parte dallo Stato e in parte dalle banche), gestito da un arbitrato ad hoc, con il compito di valutare caso per caso le operazioni di risarcimento da mettere in atto. La speranza è di arrivare a una modifica del decreto che dia una qualche aspettativa di recupero ai risparmiatori coinvolti, poiché siamo di fronte a una crisi di fiducia nel sistema bancario italiano che è ai minimi storici e potrebbe rivelarsi una crepa, nello scenario economico e politico, ben più profonda di quanto non appaia.

Pasqua Peragine

Chacun cherche son chat

Mettiamo che volete andare in vacanza per un paio di settimane ma non sapete dove lasciare il vostro gatto. O meglio, a chi.
Mettiamo che vivete in una grande città, in questo caso Parigi, e vi rassicura l’idea di poter affidare il vostro compagno d’appartamento nelle mani di qualcuno che sa cosa fa: una vecchina dell’undicesimo arrondissement che tutti conoscono come “quella che cura i gatti”. Sembra perfetto, no?
Il problema è che quando tornerete dalla vostra gita al mare e andrete a riprendertelo, il gatto non ci sarà più. Sarà scappato.

L’intro di Chacun cherche son chat (Ognuno cerca il suo gatto, 1996, Cédric Klapisch) non promette nulla di buono. Solo tanti miagolii, disperazione e noia per un gatto che alla fine, si sà già, salterà fuori.
Ma Klapisch, al tuo terzo lungometraggio, questa volta si mette all’opera su soggetto e sceneggiatura (come del resto aveva sempre fatto) in modo molto intelligente, e sforna novanta minuti di pellicola che farebbero voglia di visitare Parigi a chiunque. Parigi e l’undicesimo arrondissement.
C’è una voglia di tornare a Rohmer che Klapisch sottintende qui, con un cinema fatto di meraviglia e tranquillità e leggerezza, dove i personaggi sono l’elemento principale, il fulcro di tutte le storie che si dipanano come matasse.

Chacun cherche son chat non vuole denunciare nulla, non vuole abolire nessun privilegio né sfoggiare un cast stellare: si presenta come un film semplice e intelligente, con l’unico scopo di raccontare le vite e le storie di abitanti del quartiere con un tono divertente e quasi adolescenziale – senza alcuna accezione negativa del termine.
Perché le trame dei coinquilini di arrondissement si intrecciano con quella di Chloé, la protagonista, senza però mai sconvolgerla completamente, senza toccarla fino in fondo.

In un mondo dove ognuno cerca il suo gatto, ognuno cerca il suo “sé”, ognuno cerca il suo perché, il singolo viene messo in contraddizione con il gruppo alla ricerca di una felicità (che poi si trova?) un po’ meno stereotipata e citofonata di quelle contemporanee d’oltreoceano.
Da guardare sul divano con il proprio gatto, ovviamente, e una buona birra artigianale.
Godetevelo!

Fabio Greg Cambielli